Sono diverse le riflessioni scaturite dall’esperienza di quest’anno in classe e dalla scrittura di articoli nati da alcuni studi. Certamente mancherà un tessuto ordinato, ma mi rassicura il fatto che si tratta di una conversazione e di uno scambio reciproco.

A cosa serve la letteratura? È la domanda che rivolgo ai ragazzi perché in primo luogo è la mia domanda.


Devo dire che più passa il tempo, più non so rispondere, non so dare definizioni. A cosa serve? Non lo so. Probabilmente non serve a nulla secondo il canone consueto: ci sono mezzi sofisticati, utilissimi tecnicismi. Dunque la letteratura è inutile, poco o troppo seria. Sbarazziamocene. A cosa serve insegnarla, questa lieve ancora di piombo con canoni passati fin troppo ingessati e canoni presenti del tutto incerti e fluttuanti? Alleggeriamo gli zaini, via i pesantissimi manuali; avremo cartelle piene di conti, di esercizi ginnici, di legni essiccati, di foreste amazzoniche, di fegati e milze, di universo ma senza quegli insopportabili sposi promessi, quei gironi infernali, quel locus amoenus che non c’è neanche nei cartoni animati! Tolto il dente, mi sento più allegra anch’io!

Ci vorrebbe una bella citazione a comprovare le mie equilibrate affermazioni, ma

“io non ho qui nessuna pregevole citazione da fare in proposito e questo sia perché non sono un accorto parlatore, sia perché ritengo che coloro i quali fanno largo uso di citazioni sono gente che non ha idee proprie o, almeno, son gente di smisurata prudenza che cercano sempre di scaricare sulle spalle di un altro la responsabilità delle pregevoli sciocchezze che stanno per dire”.


Così facendo vi ho citato un inedito di Giovannino Guareschi che sto studiando assieme ad altri suoi testi. Non insisto sulla utilità di questi incisi che permettono di non allontanarsi un istante dal punto di partenza. Ritornando alla nostra questione, dirò dunque che è impossibile rispondere all’interrogativo a cosa serve la letteratura, se prima non si fanno le spallucce, cioè nel senso che la risposta banale ‘si è sempre fatto e a qualcosa sarà pur servito se siamo tutti qui a lambiccarci il cervello e a scrivere le nostre due o tre ideuzze’, può servire da modestissimo punto di partenza. Certo occorre far pulizia; prima di tutto lasciare che i ragazzi utilizzino i manuali come mattoni per le loro case future visti gli alloggi sempre più precari. Infatti, quando di un autore raccontiamo la vita e alcune tematiche, poi basta, buttiamoci solo ed esclusivamente sui testi. Occorre rileggerli più volte, quindi non accontentarsi mai dei soliti brani perché la noia è un brutt’affare per un professore. Del resto è indispensabile conoscerli bene questi manuali per scegliere percorsi, ma anche per sorprenderci e stupirci. Vi potrà sembrare banale, ma quest’anno, sono riuscita finalmente a capire perché la madre di Tasso lo ha lasciato nelle mani del padre abbandonandolo e facendolo ammattire: la madre e la sorella non poterono seguirlo perché rinchiuse in un convento dagli avidi fratelli di lei. Roba da farci un film! E lui che scrive nella Canzone al Metauro:


Ma dal sen della madre empia fortuna

Pargoletto divelse. Ah !di quei baci,

ch’ella mandò di lagrime dolenti…


Su Torquato! che altro poteva fare, povera donna!


Insomma, non si finisce mai di scoprire e conoscere. Per fortuna! Mi si obietterà a questo punto di perorare la causa dei licei e di non considerare i miseri fanciulli del professionale.

Eh, no! Ho insegnato anche in un professionale e lì, signori miei, la letteratura è una cosa seria, più utile di un tornio, di una presa, di un frangizolle. Lì non si scherza con i libri, se glieli fai prendere li devono usare: ho ancora uno studente che mi perseguita e ogni volta che lo incontro mi dice di restituirgli i soldi di un libro di Hornby su cui non avevamo lavorato in maniera esauriente. Con loro l’insegnante diventa un vero scienziato, capace di sperimentare, di mettere Leopardi vicino a Vasco o a un film di Spielberg per poter spiegare figure retoriche, registro, stile, linguaggio. E ti finisce che in mezzo a tanti che faticano a scrivere un curriculum, ce n’è uno che scrive da Dio, meglio di bravi studentelli compassati e pieni di schemi.

La scrittura. Altra straordinaria esperienza che condivido con il mio amico Gianfranco Lauretano. Viene alla mia scuola, il Liceo classico di Ravenna, ormai da sei anni consecutivi per svolgere un Laboratorio di scrittura creativa. Ho ereditato questo nome da Eraldo Baldini, che lo svolgeva anni prima, anche se non ho mai creduto che un laboratorio di scrittura creativa potesse diventare una sorta di officina di Vulcano dove preconfezionare i racconti. Ma ho mantenuto questo nome trendy e i ragazzi sono stati numerosissimi nel corso degli anni. Gianfranco è bravissimo, riesce a insegnare la scrittura senza insegnarla con una leggerezza raffinata che gli perdoni anche gli strali nei confronti dei professori, cioè ovviamente nei miei confronti che sto lì ad ascoltarlo. E gli studenti ammiccano sornioni, liberi da tanti veti (possono persino alzarsi senza chiedere di andare in bagno!) e scrivono, scrivono, scrivono … un libricino è il risultato del corso e lo abbiamo messo in biblioteca, sul sito della scuola e nel mio blog, utilissimo perché mi permette di comunicare con loro e con altri insegnanti in maniera rapida, allegra e divertente. Certo alcuni colleghi aprono blog che diventano vetrine del loro sovrumano sapere e costringono gli alunni a mirare gli abissi della conoscenza professorale perché danno i compiti sul blog incriminato. Più che rete diventa un cappio al collo! Vedi allora giovani fanciulli e fanciulle che strabuzzano gli occhi e fingono di non essere connessi, di aver rotto il terzo computer di casa senza poter contare sull’aiuto di mamma e papà, figuriamoci dei nonni!

Ritornando alla pulizia letteraria a scuola, ritengo sia oltremodo indispensabile sradicare l’orticello delle humanae litterae, cioè di un sapere prestigioso, quasi religioso, per cui per dirla alla Milo De Angelis (e qui le citazioni si sprecano), il mondo sarebbe il nulla intorno alla parola, essendo questa l’unico punto di luce e realtà sensata. Invece, noi professori dobbiamo sporcarci le mani nel fango del mondo, della storia e dei fatti: perché è così che nasce la scrittura di Leopardi e di Pascoli.

Prendiamo proprio due testi che sto studiando per un articolo: Il canto notturno di un pastore errante dell’Asia e La vertigine. Il punto di partenza per entrambi è una notizia letta sul giornale. Così Guareschi di cui ho scoperto, scartabellando tra i documenti, lo schema di un racconto Civile, la banda che si costruisce su una notizia fresca di giornale: e faccio vedere ai miei ragazzi l’articolo gelosamente conservato e lo schema scritto da lui. Quella di Guareschi e di tanti altri (Collodi, Savinio, Santucci…), quella che io chiamo altra letteratura o letteratura nascosta dietro un canone limitato è la letteratura che uso di più per provocare!

Dunque qui arriva una bella sfida: come facciamo a far diventare classico un contemporaneo? Dobbiamo lavorare sul programma, tagliare, fare delle scelte. E poi dobbiamo attuare una rivoluzione solidale tra di noi in vista di una maturità che si dovrebbe abolire: cioè apprezzare i programmi che sviluppano anche il secondo Novecento e smetterla di criticare se un professore ha tagliato un po’ Parini, molto Alfieri, ha preferito Sterne, gli sono piaciuti parecchio gli Scapigliati, nella fattispecie quel geniaccio di Tarchetti, ha lavorato bene sui soliti noti Verga, D’Annunzio, Pascoli, Svevo, Montale, Ungaretti, Saba (“Saba no, non so se lo faccio a un classico è troppo banale”. Questo mi è stato comunicato da illustri accademici), ma poi si è buttato a pesce su Luzi, Sereni, Betocchi, Caproni facendoli su quel leggero libricino edito per i 20 anni di clanDestino e invitando il direttore della rivista a parlarne. Sì, ma chi sono costoro? Non è utile per l’esame. Pensate che al ciclo di conferenze sulla Morante, Chesterton e i poeti contemporanei che ho organizzato come formazione docenti venivano gli alunni e non i professori. Tuttavia, per me, ecco che si prospetta un’altra sfida e bella grossa. Insegno latino. A un classico dove la grammatica è un dogma. Sono l’ultima tra i latinisti, ma con una flebile domanda sulle labbra che mi pervade da quando insegnavo al linguistico: come faccio a far diventare contemporaneo un classico? Ho ripreso in mano e bene i testi di Orazio, di Seneca e di Petronio. Che infinita bellezza! Avevano le mani impastate nel fango della realtà più di me. Orazio scrive nella prima Satira:


Qui fit, Maecenas, ut nemo, quam sibi sortem

seu ratio dederit seu fors obiecerit, illa

contentus vivat, laudat diversa sequentis?



Come accade, Mecenate, che nessuno viva

contento di quello che sia la ragione sia il caso

gli ha dato in sorte e lodi, invece, chi segue vie differenti?


La traduzione è sempre la mia, perché non mi piace mai quella dei manuali, ma desidero che i ragazzi lavorino sul testo, confrontino le parole che traducono con quella di grandi studiosi e con quelle mie, ben più modeste. La nota riporta che è un concetto comune nelle filosofie ellenistiche, ma chi se ne importa: questa domanda attraversa tutto Orazio fin nelle midolla. “Dimmi, amico mio, perché non siamo contenti, neppure se interviene un dio a sistemare tutto” come aggiungerà dopo. Che bello! Ma la forza e il significato di un autore si intravvedono anche dall’uso di certi vocaboli: ad esempio, nella cena di Trimalchione, Petronio mi ha fatto davvero sorridere. Scrive: tomacula ferventia. Le tomacula sono le salsicce. Strepitoso l’aggettivo vicino: ferventia! Come lo traduci, ragazzo mio, come sono per te le salsicce che mangi!? Difficile trovare in italiano un aggettivo che renda tanto, ma se ti piacciono le salsicce ce la fai: sfrigolanti tanto da luccicare. Sono esempi piccolissimi di una sfida che si aprirà quest’anno.



Avevo avvertito fin dall’inizio: qui manca il testo. Alla domanda si è risposto poco. A cosa serve insegnare la letteratura? A niente. Ma io mi diverto tanto. E lasciatemi divertire – direbbe Palazzeschi. Ancora danzando – aggiungerebbe Mandelstam.

 

BLOG DIDATTICO DI MONICA FABBRI


 

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