M. Lodoli, Grande circo invalido, Torino, Einaudi, 1993, pp.11 – 18

Quando mi sono presentato a scuola credevo che fosse per una supplenza di venti giorni, un mese al massimo: Il gestore mi aveva ricevuto nella segreteria deserta, a ora di pranzo, m’aveva fatto accomodare su uno sgabello senza schienale, accanto a un trespolo dove stava incatenato per la zampetta un pappagallo pieno di colori brasiliani.

– Io amo gli animali, – mi disse, – per questo ho aperto una scuola, in fondo i ragazzi sono animali.

Il pappagallo gorgogliava come un lavandino, poi si sturò e disse: – Carapace, carapace.

– Carapace sono io, – puntualizzo il gestore, e intanto scrutava le quindici righe sbrodolate del mio curriculum, io scrutavo lui: faccia gonfia e liscia, capelli bisunti, molti sorrisetti sfuggenti, occhi nocciola, malandrini. Sulla scrivania aveva un piatto di plastica dove galleggiava nell’olio mezzo pomodoro al riso, alle spalle permessi e attestati sbiaditi.

– Lei nella vita non ha fatto niente, – disse.

– Mi sono laureato.

– È uguale a niente.

– Ho ventisette anni, comincio adesso.

– Poteva già essere morto, a ventisette anni. Se era un cane era già morto. Comunque settemila all’ora, per adesso tredici ore alla settimana, nessuna vacanza pagata.

– Però tutto in regola, pensione, punteggi… – ho obiettato, perché qualcuno mi aveva suggerito di dire così: pensione, punteggi.

– Tutto nero, dia retta a me, è molto meglio.

– E quando inizio?

– La classe pomeridiana arriva tra un quarto d’ora. Lei sostituisce da subito la professoressa Menzi, epatite virale. Cozza non mangia cozza, credevo, invece… – e tirò giù di sbieco un altro sorrisetto.

In quel quarto d’ora Carapace mi mostro con un certo orgoglio il laboratorio di chimica ricavato in una cameretta, l’aula per il disegno tecnico dove c’erano tre tavoli inclinati e qualche matita per terra, i due bagni abbastanza sporchi di merda e l’acquario dei pesci piraña che aveva importato non so da dove, « perché gli animali sono affascinanti, si guarda e si impara gratis». Uno dei pesci era stato mezzo sbranato dagli altri, nuotava senza coda, tirandosi dietro alcuni filamenti biancastri.

– È davvero tutto molto interessante, – dissi.

[…]

per molto tempo, arrivando a scuola, mi sono domandato: oggi, di cosa parlerò? E a chi? Sul registro ho classi folte di quaranta allevi, ma sono per lo più astratti cognomi di gente che vive addirittura in altre città e che si farà vedere solo verso la fine dell’anno, per sostenere gli esami di due, tre, quattro anni in uno. Intanto pagano e bisogna segnarli presenti, e ogni mese riempire con qualche voto le loro mute caselle: un sette, un sei e mezzo, così.

Una volta alla settimana il gestore Carapace mi catechizza sul da farsi: «Tutti promossi, mi raccomando. Altrimenti qui si sbaracca in due minuti, capito? Chiuso, finito, tutti a spasso, io, lei i suoi colleghi, la segretaria, la preside, tutti con una mano davanti e una di dietro, e questi poveri ragazzi persi nella droga, nella malavita, nella cronaca nera, nerissima. Sono stato chiaro o c’è qualche domanda del cazzo?»

Non so dove carapace abbia reclutato la preside: una donna massiccia, cinquant’anni, truccata come per la prima all’Opera, tacchi alti, unghie lanceolate, calze nere con la riga che dal polpaccio si inerpica per le cosce fin sotto la gonna corta e stretta. Mi si rivolge solo per avvertirmi che può sempre capitare un’ispezione ministeriale, all’improvviso, a tradimento, ci odiano a noi delle scuole private, dunque sarebbe meglio se i ragazzi non fumassero e non si bastonassero in classe, se i registri fossero abbastanza in ordine. Tutto deve sembrare come a posto.

– Naturalmente, – dico io.

– Naturalmente un piffero. Lai ridacchia, lei è così giovane, – conclude regolarmente la preside, – di certo è un povero idealista. Ma si ricordi: gli idealisti finiscono per fare un mare di danni, a sé e agli altri. Tenga in ordine i registri piuttosto.

Nella saletta dei professori incontro i colleghi, uomini in giacca e cravatta, donne in tailleur. Sono un poco più vecchi di me e stanno tutti in questa stessa scuola per sbaglio, per un equivoco, in attesa che arrivi la vera occupazione. Tutti debbono essere chiamati da un momento all’altro a occuparsi di cose veramente belle, in America, alla televisione, in centri di ricerca molto avanzata. Hanno gli agganci giusti, le carte in regola, ma per adesso stanno lì, da tre anni almeno, da quando ci sono io.

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *

Post comment