Incasinato. Il professore lo ha proposto ai ragazzi come sinonimo dell’aggettivo “disordinato”, in una ipotetica descrizione della camera da letto. Non sono sicura che si tratti di un italiano corretto; mi chiedo se questi termini tra il colloquiale e il gergale, contro l’uso dei quali per generazioni si sono accanite maestre e insegnanti di ogni sorta, siano ormai entrati a tal punto nella lingua, vocabolari compresi, da non venire più percepiti come sconvenienti. Oppure se la ragione vera vada cercata nella natura dell’italiano imparato da un giovane inglese in Erasmus in Italia, che con ogni probabilità avrà condiviso l’appartamento con coetanei autoctoni; perché è sicuramente da lì che avrà raccolto la parte più consistente della lingua, nonché la più vera. Incasinamenti compresi. E non me la sento di correggerlo, adesso che è lui dalla parte della cattedra, né di fargli notare le mie osservazioni.

 Mi accorgo di essermi ormai arresa al luogo comune che aleggia su queste terre: non riesco infatti a fare a meno di parlare del tempo. A dire il vero, in questo non siamo poi così diversi da loro; in ogni telegiornale della nostra penisola sono ormai incorporate previsioni, nonché informazioni dettagliate su temperature, numero di nuvole nel cielo, gocce di pioggia o fiocchi di neve caduti. Almeno le news inglesi ci risparmiano l’agonia di un inviato per ognuna delle città del Paese; non credo che la popolazione sia particolarmente afflitta dal fatto di non conoscere l’umidità relativa a Leeds, piuttosto che la forza del vento a Newcastle. E nemmeno dal rinnovato freddo di questi giorni, se devo essere sincera; tanto che stamattina a scuola Francesca dell’anno 11 si è presentata con una gonnellina corta di cotone e senza calze sotto! E nessun muscolo del suo corpo tradiva una sensazione di disagio o sofferenza!

Bisogna peraltro ricordare che oggi si trattava di un giorno speciale: il non-uniform day, vale a dire una giornata in cui la divisa non era obbligatoria, e ciascuno poteva indossare qualsiasi capo di vestiario. Credo che in cambio di questa concessione si raccogliessero soldi for charity. In Gran Bretagna ogni occasione è buona per raccogliere fondi e donazioni, e a chi lo fa viene a volte dato in cambio un segno di riconoscimento. Fin da piccoli si viene educati in questo modo, e ho quasi la sensazione che chi non si adegui venga in qualche modo emarginato. Carità come dovere sociale. Donazioni come atto necessario. E a ben pensarci, è proprio questo che permette a musei che sono tra i più importanti al mondo (come il British Museum e la National Gallery) di non imporre un biglietto d’ingresso ai visitatori.

Insomma, oggi i ragazzi erano quasi irriconoscibili; chissà quanto tempo avranno speso la sera prima davanti all’armadio per decidere l’abbigliamento! Ognuno avrà scelto ciò che più lo caratterizza, per costruirsi un personaggio che potesse spiccare ed essere ricordato. E ciò che mi colpisce è che, nonostante sia la prima volta che li vedo senza uniforme, nessuna scelta mi lascia più di tanto stupita, almeno non negli studenti delle mie classi. In un certo senso, la personalità di ognuno di loro, il modo di comportarsi, di relazionarsi l’uno con l’altro oppure con gli insegnanti, mi aveva già preparata. In certi casi, è proprio vero che l’abito fa il monaco! Ma solo ad un livello epidermico; il loro modo di vestire, infatti, svela non chi siano veramente, ma soltanto chi hanno deciso di apparire agli occhi esterni.

Corrono per i corridoi, auricolari negli orecchi e uova di Pasqua aperte tra le mani, sguardi di sfida e sorrisi soddisfatti. Si salutano come se non dovessero rivedersi per settimane; e invece martedì saranno di nuovo a scuola.

 Le vacanze pasquali, infatti, sono state fatte slittare ad aprile, e lo hanno occupato quasi interamente. Dopo due settimane all’insegna del gelo, il mio rientro a scuola è accolto da una sorpresa inattesa: la bandiera dell’Unione Europea!!!

Nonostante non avessi sentito la mancanza dei ragazzi, loro mi avevano fatto visita in alcune miei notti di sonno, e nel rivederli in classe mi accorgo di quanto mi aiutino a dimenticare i problemi della vita esterna. Dopo sette mesi, continuo a preferirli ai professori. 

 Penso ai miei “grandi”, dei quali non ho mai parlato: sono solo cinque i ragazzi dell’ultimo anno che studiano italiano, con me. A diciassette anni, la loro padronanza della lingua è davvero buona, forse migliore di quella che alla stessa età avevo io dell’ inglese. Forse addirittura migliore di quella che possiedo ora! A volte, tuttavia, ho la sensazione che le loro numerose assenze non siano casuali; non riesco a non pensare che in qualche modo ciò sia colpa mia. Forse non trasmetto abbastanza energia, o non propongo argomenti interessanti, o ancora offro loro materiali difficili da leggere, da interpretare. Ne sono consapevole, ma cerco di tappare un po’ le falle di un sistema che li obbliga a studiare gli stessi argomenti da quando avevano dieci anni, e che come unico autore della letteratura italiana propone Pirandello. Il quale non me ne voglia a male, ma da solo non racchiude la stupenda e variegata ricchezza della nostra produzione letteraria. Che comunque è per me un argomento tabù, dal momento che sono stata autorizzata a parlare solo di attualità o, tutt’al più, grammatica.

Per fortuna c’è la curiosità di Oliver, interessato ad ogni cosa, che mi riempie di domande balbettanti, e mi costringe a fare di ogni ora una piacevole e fruttuosa chiacchierata. Ogni volta che preparo le lezioni per lui, siano esse noiosi ripassi grammaticali o canzoni sulla resistenza italiana, pregusto gongolante l’accoglienza positiva che riceveranno. Piccole gratificazioni che saziano più di una torta al cioccolato…

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