Piove. A me piace la pioggia. Moltissimo. Mi piace vedere il fiume Sesia che costeggia la frazione dove abito. Lo vedo dall’alto eppure quando si gonfia d’acqua e mugghia e assume un color terra diventa impressionante. È una forza della natura dalla possanza incontrollabile. Il fiume Sesia da noi difficilmente esonda perché il suo letto è ampio e nessuno, essendo un fiume importante, lo ha imbrigliato, chiuso entro argini angusti, o addirittura seppellito sotto uno strato di cemento troppo sottile per la sua forza.

Un fiume prigioniero prima o poi si ribella: come ogni prigioniero tenuto in condizioni insostenibili. Un fiume non si addomestica. Lo si asseconda e l’armonia può essere perfetta o quasi. Lo si imbriglia e, come un cavallo imbizzarrito, prima o poi ci disarciona. Esonda, invade la terra, le case, si riprende i suoi spazi naturali.

E dunque amo la pioggia anche perché sono in una zona dove il fiume non fa paura.

Amo la pioggia, ma ero abituata a una pioggia diversa: quella che bruisce lenta, monotona, ogni tanto s’accende, ma per breve tempo. Poi torna a bruire tra le foglie, tra i rami, sul terreno già molle, già pronto a dissetarsi. Le piogge violente erano estive e di breve durata. Di bombe d’acqua, come oggi si dice, non avevo mai sentito parlare, perché semplicemente non esistevano. Il clima è cambiato. L’Italia cambia: si cementifica sempre di più.

Parlare di Apocalisse a questo punto è però improprio due volte. Primo perché la fine del mondo non c’entra per nulla, nulla c’è di divino o anche di esclusivamente naturale, c’è la mano dell’uomo. E poi Apocalisse non vuol dire fine del mondo ma Rivelazione.

E anche qui il fiume che esonda rivela la fragilità del nostro territorio, la fragilità delle nostre abitazioni, la fragilità dei molteplici condoni. Insieme è però rivelazione d’un senso più profondo. La rivelazione vuol dire che io vedo finalmente qualcosa, capisco qualcosa e agisco di conseguenza.

Proprio l’idea dell’Apocalisse rivelazione, tanto più attuale in questi tempi, sta alla base dell’ultimo spettacolo di Lucilla  Giagnoni (grandissima attrice, trovate notizie su Facebook e sul suo sito www.lucillagiagnoni.it), al cui testo ho collaborato anch’io. Apocalisse è il titolo dello spettacolo e si fa riferimento proprio all’Apocalisse di Giovanni, rivelazione di un qualcosa che cambia la società, la storia. Ma vedere e cambiare la società, implica vedere e cambiare se stessi. E così al tema dell’apocalisse si arriva attraverso la vicenda del primo personaggio della letteratura occidentale che indaga in se stesso fino a vedersi per quello che veramente è cioè Edipo. E così tra Edipo Re ed Apocalisse di Giovanni in un monologo stringente in cui Lucilla Giagnoni mostra la sua superlativa bravura si dipana la nostra personale vicenda di persone che vedono e riconoscono se stessi per affrontare l’apocalisse cioè la rivelazione e diventare uomini e donne nuovi che possono costruire cieli e terre nuovi. Cieli e terre dove nessuno sia vittima dell’incuria e dell’avidità umana e dove la natura sia madre e non, per dirla con Leopardi, anche matrigna.

Lo spettacolo sarà a Torino, al Teatro Astra dall’8 al 21 novembre (informazioni e prenotazioni TEL. 011 5634352 – INFO@FONDAZIONETPE.IT ) e a Brescia dal 23 novembre al 2 dicembre (informazioni e prenotazioni tel. 0302928611 – 0302928617 e-mail: organizzazione@ctbteatrostabile.it ). Sia a Torino che a Brescia sono previste recite per le scuole.

Seguiranno repliche in varie città d’Italia.

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