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Le….PATATEEEeeeeeeeeeeeeeeee……. un’invocazione, un urlo collettivo che invade la classe in fondo al corridoio, poi si sfalda nella disordinata corsa di massa di un’orda, una mandria sfrenata di piccoli bufali aizzati verso la mensa in un terremoto di piedi che battono sul pavimento rimbombando e perdendosi infine nel lungo androne fin dentro il refettorio.  PATAteeeeeeeee… atateeeeee… ateeeeeeeee…

Lo ha detto la maestra Anna che ci sono le patate oggi a pranzo e questo ha scatenato l’immediata furia infantile in una esplosione di grida inneggianti al tubero e alla sua gloria da rincorrere al galoppo per niente ritmico della campanella che suona.

È questo il momento di apice, dopo 4 o 5 ore di lezione dei bambini di una 2a classe elementare, se non ricordo male la sezione G di un Istituto comprensivo di Ostia Lido che ospita dalla materna alle scuole superiori.

Questa storia risale a parecchi anni fa e la maestra Anna ora starà quantomeno godendo una modesta e meritatissima pensione, le auguro in buona salute. Ma ci sono affezionata e credo racconti bene di bambini di provincia, di periferia, e dell’impegno di molti insegnanti della scuola pubblica. E devo dire che ho avuto davvero difficoltà a scegliere una storia sulla scuola, fra le molte che mi raccontano amici insegnanti, fra quelle che ho incontrato personalmente per lavoro, fra quante si leggono di questi tempi sui giornali nell’evitabile scontento di una categoria davvero maltrattata in Italia dove nel tempo le cose, per quanto riguarda la pubblica istruzione, sono solo peggiorate.

“Ecco, vede che reazione, non si tengono più!” Commenta la maestra Anna, mentre io osservo esterrefatta un fenomeno che non avevo mai immaginato potessero suscitare delle patate. Poi capirò che nell’inarrestabile urlo e corsa alla patata, c’è parecchio. È l’ espressione di tutta la tensione accumulata dai bambini che imparano a stare in classe, a comportarsi con educazione, a concentrarsi sulla lettura, sullo studio. E loro faticano perché sono bambini che a scuola devono tenere a bada anche gli umori generati dal gravoso bagaglio di conseguenze del vivere in quartieri alquanto disagiati, dove le vicende familiari, sociali, le esperienze vissute sono carichi da novanta che portano dentro di sé sin da piccoli.

Per di più oggi hanno fatto la prima lezione di preparazione allo spettacolo che poi ripeteranno in teatro; in un teatro vero, dove ci saranno altre scuole, altri bambini con i loro spettacoli e quindi devono dimostrare di saperci fare. E invece non sanno proprio come fare, sono disastrosi. Sto aiutando la maestra proprio in questo.  Abbiamo deciso di scegliere qualcosa di semplice perché sono bambini che fanno fatica anche ad imparare a leggere e scrivere, a stare fermi, a fare qualcosa in gruppo. Inoltre  la classe è numerosa, 25 o di più, con un paio di casi di “diversamente abili”. Così abbiamo scelto delle canzoni da fargli cantare tutti insieme, con piccole performance. Niente di complicato. Però che fatica, non imparano le parole, non stanno tranquilli un secondo, non accettano nessuna regola, si spingono, si parlano addosso, sono stonati, ma davvero tanto tanto stonati e sono anche bruttini, perché è difficile essere belli quando si vive male: sdentati, spettinati, gli abiti in disordine, qualche fiocco rabberciato, ma poverini davvero pessimi.

“Faccio il possibile perché abbiano una qualche riuscita in quello che fanno. Le storie familiari di questi bambini a volte sono terribili. Verso la scuola e gli insegnanti hanno un atteggiamento soprattutto ostile, si rivoltano fisicamente, capiscono solo linguaggi violenti. Vede lassù? – mi mostra una balconata nel prefabbricato scolastico – Lì ci sono le medie, l’anno scorso hanno buttato un insegnante dalla finestra. Alle elementari picchiano, alle medie fanno queste cose. Non parliamo delle superiori, arrivano armati”. A lungo mi racconta di tutti i problemi che presentano e rappresentano questi bimbi di periferia. “Mi sforzo di trovare sempre qualcosa di positivo in cui possano identificarsi, qualcosa che li riguardi, perché in una zona come questa… giusto d’estate, quando arrivano i bagnanti, ma altrimenti qui d’inverno non sanno cosa fare; la socializzazione è difficilissima, mancano spazi e strutture. Così ho pensato, va bene, non hanno niente, però a Ostia hanno il mare, è una cosa bella. Allora gli ho chiesto di raccontare cosa gli piace del mare, della spiaggia, cosa vedono. È stata una disperazione, hanno cominciato a scrivere della sporcizia, dei rifiuti, delle siringhe che lasciano i tossici, delle coppie che vanno al mare la notte, di quanto è sporca l’acqua, che ci galleggia di tutto e non si può fare il bagno altrimenti ci si ammala… e io che volevo fargli scrivere qualcosa di piacevole, mi aspettavo il mare blu e chissà che altro. Come fanno poveretti a misurarsi con questa realtà”.

Però mentre dice questo, la maestra Anna mostra anche tutta la sua caparbietà nel voler riuscire. “Applico il metodo Montessori, proprio con loro perché è qui che ce n’è bisogno, molto più che altrove. Mi dicono che non dovrei consentirgli di usare oggetti pericolosi perché si potrebbero fare male tra loro. Però io voglio che imparino a mangiare con il coltello e la forchetta perciò gli do in mano anche il coltello e lo devono usare per quello che serve, non per aggredirsi. Faccio di tutto perché imparino a responsabilizzarsi, devono  usare i colori, gli acquarelli, senza sporcarsi.  Anche se in un primo momento buttano tutto in giro e imbrattano tutto, devono imparare a dare un posto alle cose, almeno in classe se a casa non lo fanno”.

È una gran fatica, ma è qui in queste situazioni che deve funzionare un metodo, senza metodo non si fa nulla, c’è solo repressione e più repressi sono peggio diventano. Perciò voglio che imparino le loro canzoncine e che facciano lo spettacolo e non dico che si aggiudicheranno il primo posto, ma avranno partecipato. E per loro partecipare, sentirsi insieme agli altri è più importante che per i bambini delle scuole del centro che hanno mezzi e strumenti sufficienti. E sarà importante anche per i loro genitori che li vedranno in teatro insieme ad altre scuole che assisteranno ad una esperienza positiva.”

“Ma come fa?” – le domando.

E allora la maestra Anna racconta della sua stanchezza, di come arriva a casa stremata, dei momenti di depressione e di scoraggiamento, perché la scuola non ha mezzi, perché le istituzioni ti abbandonano, perché si lavora tanto per uno stipendio indegno. “Però se riesco a ottenere i risultati che mi sono proposta con loro sono contenta, è la mia  più grande soddisfazione”.

E così in qualche mese di duro lavoro, ho osservato la maestra Anna non demordere mai. Rimettere in mano ai bambini penne e colori, di nuovo e di nuovo, tantissime volte, finché ci è riuscita a farglieli usare e poi rimettere a posto, nel posto che in classe è stato scelto per metterci i colori. Per tutti, così tutti li possono usare ma poi li devono rimettere lì. Così abbiamo fatto anche con il loro spettacolino, insistendo, cambiandoli più volte di  posto, facendoli cantare comunque, anche se sbagliavano, ripetendo e ripetendo e non ricordo più che altro ancora, perché il metodo era quello che suggeriva la maestra Anna.

Alla fine siamo riusciti a portarli in teatro ad un concorso a cui partecipavano 20 scuole di 20 circoscrizioni diverse della città, dal centro alla periferia. Un po’ meno spettinati, con vestiti modesti o aggiustati, qualcuno un po’ sdentato ma un po’ meno bruttini, hanno cantato. Anzi si sgolavano con tutta la loro forza, come per le patate, tanto erano contenti e sentivano che stavano facendo qualcosa di importante. Non ricordo che posto si siano guadagnati al concorso, mi pare che, malgrado la povertà del loro spettacolo, abbiano comun-que avuto anche un discreto piazzamento perché facevano davvero tanta tenerezza ed era evidente nel loro cantare tutta la concentrazione e la voglia di riuscire e l’impegno che ci stavano mettendo. Anche la maestra Anna era raggiante. Il primo premio lo ha avuto una classe di una scuola Montessori, del centro, con un raffinato spettacolo di musica e recitazione.

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