Quattro fortunati ragazzi dell‘ITC “Rosa Luxemburg” di Bologna, più due accompagnatori, hanno avuto l’opportunità di  compiere un viaggio in  Mozambico, ed in particolare nella città di Maputo, dove si trova una scuola con la quale l’ istituto è gemellato, secondo il progetto ‘Gemellaggi scolastici: un viaggio oltre i confini dell’indifferenza’, promosso da Provincia di Bologna, Regione Emilia-Romagna e Interporto Spa.

Il viaggio è avvenuto tra l’11 e il 20 giugno ed è stato debitamente documentato sul giornalino on line della scuola  (Rosaonline) e anche su un blog pieno di informazioni, emozioni, cartine e fotografie:

VIAGGIO A MAPUTO

Per seguire dall’inizio l’intera avventura, occorre partire dal fondo.. ne vale la pena!

Qui sotto anticipiamo soltanto il racconto di una interessante lezione africana (forse per la nostalgia dei racconti dal Kenia di Lorenzo Casaburi…. )

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venerdì 17 giugno 2011      maputo

ORE 14, LEZIONE DI STORIA

La professoressa scrive sulla lavagna il titolo della lezione “Il Nazismo in Germania”, ed inizia a spiegare. Riassume il tema della lezione precedente (Franklin Delano Roosevelt ed il New Deal), evidenzia le connessioni tra la crisi del ’29 e la conflittualità sociale in Europa.
“Butta la palla” all’aula, ed i ragazzi rispondono, abbastanza ordinatamente, per alzata di mano… sembrerebbe una normale lezione di storia. Ed in effetti lo è.

Quello che, per me, non è “normale” è il contesto: io sono seduto su una “normale” seggiolina di ferro e legno, in fondo all’aula, mentre tutti gli altri sono seduti per terra, su teli, coperte, “capulanas” e piccoli cuscini.
“Tutti gli altri” sono una moltitudine, almeno rispetto ai miei standard: 60 alunni della decima classe della scuola secondaria superiore Noroeste 2 di Maputo (sono per la precisione 62 i nomi sul registro).

L’aula è un parallelepipedo di cemento, al secondo piano di un grande edificio scolastico immerso nel “barrio” Maxaquena.

Neanche un vetro alle finestre, ma l’aria frizzante dell’inverno mozambicano la sento solo io, seduto lassù, mentre loro sono a livello del suolo.

Nessun banco, nessuna sedia, nessuno strumento didattico ad eccezione di una lavagna di ardesia che un’alunna, all’inizio della lezione, ha scrupolosamente cancellato.

Ogni alunno (sono tutti “classe 1995”) prende appunti sul proprio quaderno, appoggiandolo sulla schiena del compagno davanti. Sono tutti in divisa: pantaloni lunghi o gonna grigi, camicia azzurra e cravatta grigia.

La Professora Isaura Jordao veste un camice immacolato e, in piedi, governa con gli occhi una “turma” impegnativa e spesso vivace, ma comunque attenta per la maggior parte.

Utilizzando il mio “didattichese”, potrei dire che la sua è una “lezione dialogata”: chiede ai ragazzi di intervenire, a volte coinvolgendoli individualmente, a volte dando la parola a quelli che alzano la mano, chiedendo loro, almeno per oggi (in mio onore, credo) di alzarsi in piedi.
Riconosco anche qualche elemento della nostra “didattica per concetti”: esemplifica infatti il nazismo con i concetti che lo caratterizzano, ponendoli alla lavagna e mettendoli in relazione tra di loro:

  • totalitarismo;
  • razzismo (per spiegarlo meglio l’insegnante attualizza: “come l’apartheid…”);
  • nazionalismo (un ragazzo alza la mano: “la volontà di fare grande la propria nazione…”, e non sembra considerarla una cosa così negativa);
  • culto del capo;
  • corporativismo (e qui la Professora Isaura promette che sarà più chiara nella prossima lezione che, annuncia, sarà dedicata al Fascimo italiano ed a Benito Mussolini, e mi guarda come per scusarsi di non aver potuto anticipare ad oggi l’argomento);
  • militarismo.

Sono passati 25 minuti, ed inizia la seconda parte della lezione: la Professora Isaura inizia a dettare il testo sul quale i ragazzi dovranno studiare per la prossima settimana, perché un’altra cosa che manca sono i libri, ed il manuale è il risultato dei “dettati” bisettimanali dell’insegnante.
Gli ultimi dieci minuti sono dedicati alle domande di chiarimento, che consentono ai più lenti di finire di scrivere copiando dai compagni, ed ai più interessati di chiarire i propri dubbi, alcuni dei quali davvero “epocali”: “Professora, ma perché i nazi ce l’avevano tanto con ‘os judeos’?”

La collega Isaura sorride, allarga le braccia, e rimanda ad un’altra lezione: “L’argomento è troppo complesso, e non c’è tempo per affrontarlo tutto oggi…”

Finisce la lezione, con un appello velocissimo fatto gridando il proprio numero. Mancano solo il 43 ed il 62…
Mi alzo, i ragazzi mi salutano uscendo, e prima di uscire consegnano, tutti, all’insegnante un questionario compilato sulla lezione precedente.

Io saluto tutti loro, e vado a ringraziare la collega che gentilmente mi ha ospitato.

Vorrei dirle tante cose, confessarle che mi trovo a disagio pensando che, mentre loro studiano in profondità l’Europa, noi europei non sappiamo, né insegniamo, quasi nulla dell’Africa; vorrei esprimerle l’ammirazione per il suo lavoro, in un contesto così difficile, vorrei ringraziarla per la lezione, che è stata tale soprattutto per me, che, con tutta la mia “competenza didattica e metodologica”, qui ho solo da imparare…

Ma il mio pessimo portoghese non mi mi consente di andare oltre un “obrigado, cara collega”…

Paolo

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