La scuola nei romanzi: compare spesso, ultimamente. Questo di Michele Lupo, insegnante,  intitolato “L’onda sulla pellicola” è uscito nel 2002 per…. Particolare interessante, parla delle scuole private, piaga molto diffusa nel territorio nazionale. Private  e deprivate, per fare facile ironia. Tutti i giovani laureati o abilitati o abilitandi  (in attesa di…), che per guadagnare qualcosa e restare nel campo dell’insegnamento hanno soggiaciuto a questo capestro, si riconosceranno.


Immaginate di trovarvi nell’immediata periferia di Roma, in una specie di scantinato prossimo a sprofondare nell’Aniene, parente povero del Tevere. Immaginate un edificio fatiscente, una specie di prolasso in cemento che slitta poco sotto il fiume sotto i vostri occhi da una finestra che pare quasi un oblò. Immaginate che davanti a voi, una trentina di tifosi dai quindici ai venticinque-sei anni più o meno, senza una lingua a disposizione che non sia vaffanculo e pezzo de merda, in attesa della domenica starnazzino lì, in uno stanzone gelido in cui consiste l’aula più grande ancorché approssimativa di una scuola privata. Immaginate che altre grida schiocchino nei corridoi e affoghino nel buio. Immaginate raffiche di muffa e di orina. Porte che sbattono. Vetri che si frantumano, qualche volta.

Ecco, provatevi poi in questo spazio abbrutito, fra motori rombanti sul cortile, gente che entra e esce come vuole, provatevi a impostare la voce più ferma possibile e cercate di dargli un senso mentre raccontate le ansie amorose dell’Ortis – be’, se riuscite a non farla sbriciolare come polistirolo sotto la macchina dura del loro rumore per poi tornare a casa sani e salvi, che cosa dirvi, avreste tutto il diritto di chiedere una medaglia al valore.

Se però la salute è precaria, vi sconsiglierei di accettare la sfida. In questa specie di budello sotterraneo, in questa sorta di spurgo gastroenterico della capitale d’Italia, si gela. Mentre mi stringo la sciarpa intorno al collo mi domando se avrà o no un significato il fatto che una scuola sia messa in un posto come questo. Si chiamano domande retoriche, e l’ho imparato non in un covo per delinquere come questo, ma in una scuola pubblica, sono passati tanti anni e molte cose – sarà l’età – mi sembrano peggiori.

Guardo il fiume e sembra che sia lì per tracimare, che una cloaca di sozzure riesca a risalire lungo il muro della scuola, penetri dalle finestre e inghiottisca tutto quello che trova, sedie cassetti finestre. Ciò che passa sotto i tuoi occhi di insegnante incerto, più che precario, sembra aspettarti come la minaccia di un destino. Che non è solo il tuo, lo sfigato di turno. No, è davvero quello di un paese, un paese potenzialmente ricco che però esibisce ormai solo rovine.

Gli infissi si crepano e la donna che gestisce il CentroStudiMalerba (pensate all’acronimo beffardo), nonché proprietaria dello stabile, questa mattina arriva con la macchina di riserva, il Suv “piccolo” che guida quando sta giù di umore, dicono. La vedo di là dal ponte, oltre l’enorme colata di merda che il fiume trascina con sé, in questo frantume grigio di città. Sarà che ho un brutto carattere, ma non mi pare proprio il luogo migliore per accogliere quel suggerimento famoso di un poeta famoso, quella storia dell’ottimismo nella vita, ricordate.

La scuola l’hanno accroccata fra il sottoscala, il pianterreno e il primo piano di un palazzo che a Maria Malerba è stato lasciato dai genitori, dicono. L’invenzione della scuola è tutta sua però. Con gli anni ha costruito un giro solido. I ragazzi vengono in tanti, nonostante la crisi: recuperano tre, anche quattro anni in uno. Gli insegnanti all’atto dell’assunzione (si fa per dire) firmano contestualmente una lettera di licenziamento. Qualcuno è disposto a lavorare anche a meno di sette euro l’ora: è per il punteggio. Lei incassa, al netto delle spese, non meno di sedici-diciottomila euro al mese.

Le conoscenze al ministero non mancano, nei partiti che contano, neppure. Se arriva un’ispezione (accidente improbabile ma non impossibile) si può trasfomare il tutto in una rimpatriata di amichetti in una casa privata. Per questo, gli amichetti cantano spesso. Soprattutto jingles pubblicitari. Se volete assistere dal vivo al concetto di ridicolo, o forse a quello di grottesco, fatevi un giro da queste parti. Sentireste, professori idealisti che non siete altro, le vostre parole più vuote delle loro perché rimanderebbero a un mondo lontano, inesistente. Io non ho intenzione di restare schiacciato da quest’indifferenza proterva e accetto la sfida. Li piglio di petto, ossia leggo la Costituzione ad alta voce camminando piano per l’aula, se qualcuno continua a rompere gli dico di piantarla puntandogli un dito contro il muso – un amico mi ha detto che sono un pazzo. Specie quando gli ho raccontato che quando un tizio mi ha minacciato di “aspettarmi fuori” gli ho risposto che potevamo pure concludere la faccenda lì per lì, davanti a tutti, con le armi che voleva, ma intanto dovevo terminare la lettura e quindi mi facesse il favore di starsene zitto o uscire.

Non sono pazzo. E nemmeno coraggioso. Ho solo un brutto carattere, l’ho già detto. Qualche volta penso che se ne esco vivo potrei fare qualunque cosa nella vita: è falso, naturalmente, ma faccio di tutto per crederlo. Certe volte, con l’umore giusto, contrattacco esibendo una posa brillante, da attore consumato. In fondo, le corti, fra ‘500 e ‘600, quello erano state, pure messe in scena. Allora ti sfilo collane di parole sorprendenti: il favorito e la favorita, il coppiere e il ciambellano, il maestro delle cerimonie e il ministro della real casa… Decine di occhi bovini si spalancano all’improvviso in un lago di stupore ammansito. Il Fachiro, Lampadina, persino Balestra a volte: i vitelli all’ingrasso dell’azienda scolastica della signora Malerba. Più spesso capita che esca dall’aula nerissimo, sconvolto dalla possibilità – che so concreta – di menare pugni io per primo. E dalla paura di prenderne, soprattutto. Me ne vado a fumare una sigaretta per i corridoi, la faccia gualcita dalla rabbia, o fuori, nel cortile, e mi lascio leccare da questo sole malato, offuscato dai cascami di una vita post-industriale – di una vita post tutto. E’ lontano il cinema, la musica, i libri – a scuola i libri sono fuori posto. Almeno in questa, Centro Studi Malerba, recupero anni perduti, facilitazioni didattiche e ambiente gradevole per una scuola finalmente di qualità.



Un brano più corposo di questo romanzo, insieme a molti altri documenti, è stato pubblicato sul blog “la poesia e lo spirito” che ha una sezione intitolata “viva la scuola”:

http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/category/viva-la-scuola/



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