All’inizio, un bambino che corre per strada a grande velocità, spinto dalla sfida di un adulto; corre, corre e poi vola, sorridente. Alla fine, ancora un bambino che va nella stessa strada, in senso contrario, per incrociare poi il primo, in modo confuso e gioioso. Questa è la cornice di un film girato come di corsa – anche se non sempre riesce a volare come vorrebbe.

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Certo la scuola non esce granché bene da questa storia. Tre brevi sequenze, un saccheggio sconfortato, maestre petulanti e maestri inaffidabili, il libro mangiato dalla capra, qualche altro cenno distratto. Però è dalla scuola che esce proprio l’ultimo bambino della storia: era dietro la lavagna, dove si era addormentato in seguito all’ennesimo castigo, e da lì, dimenticato dagli altri, si avvia ad incontrare il bimbo che corre. E se non della scuola, dell’imparare e dell’insegnare si parla spesso nella lunga corsa dei decenni – essere capaci di indossare un cappotto caldo, saper leggere un discorso, riconoscere al tatto la giusta mazzetta; imparare a stare al mondo.

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Ma di tutte, la maestra più efficace sembra la maestra fascista: dura e autoritaria, insensibile, cieca alle ragioni del più debole; eppure capace di insegnare, con pazienza e buoni risultati, il singolare e il plurale, con le sue più complesse varianti – “lo scolaro”, “gli scolari”.

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Quel che più colpisce, per essere un racconto in apparenza epico, è l’assenza di eroi. Storia di personaggi minori, tutti, compreso il protagonista, anche con qualche tratto di mediocrità. Si direbbe quasi che gli eroi siano stati tutti uccisi – in una delle sequenze più suggestive, l’elenco dei morti ammazzati e i luoghi di campagna e di città che aiutano a ricordarli. “Compare Terranuova, ma… a te com’è che non t’hanno ammazzato?” – chiede il giornalista in visita, senza ottenere alcuna risposta.

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Per chi uscisse dalla sala incuriosito – è una Sicilia più volte vista al cinema; ma è anche una storia che non cessa mai di interessare – spunti insoliti e poco noti saranno offerti da due libri piccoli e preziosi. Li ha scritti Giuliana Saladino, dal dopoguerra giornalista d’inchiesta e militante comunista, e li ha pubblicati Sellerio. Il primo, “Terra di rapina”, gioca nel titolo tra la rapina vera di un bracciante siciliano, bandito e assassino nella Torino degli anni Settanta, e quella metaforica della violenza possidente dei decenni precedenti. Invece il “Romanzo civile” narra la storia individuale di Calogero Roxas (e chi sarà mai? nessuna traccia in Wikipedia), e con lui di una generazione di intellettuali siciliani.

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Giuseppe Tornatore, Baarìa, Palermo, Sellerio, 2009 (è la bella sceneggiatura del film omonimo)

Giuliana Saladino, Terra di rapina, Palermo, Sellerio, 2001 (ma già Torino, Einaudi, 1977)

Giuliana Saladino, Romanzo civile, Palermo, Sellerio, 2000


Il Romanzo civile ha una storia travagliata: scritto da Saladino nei primi anni ’80, dopo varie vicende è pubblicato postumo dai figli. Nell’introduzione, così l’autrice tratteggia il proprio lavoro:

“Ma come scrive una donna? A lassa e pigghia, lascia e piglia, lascia e piglia, interrotta venti volte, suona il telefono, si perde il filo, si ricomincia, suona il citofono, tutto daccapo, ora suonano alla porta, ma figurati, vieni, non facevo proprio nulla, riprendo, aspetta, la pentola a pressione fischia, ora scrivo questo, un momento…”.

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