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L. Bazzicalupa, Superbia.  La passione dell’essere, Bologna, Il Mulino, 2008, pp. 145, € 12,00

La “Superbia” è il primo di sette saggi che la casa editrice Il Mulino dedica ai vizi capitali.  Prima perché rappresenta “ initium omnis peccati”, perché è, appunto, la passione “ di essere unico e solo. Senza nessun altro, senza altri, dichiarati inferiori, irrilevanti, pericolosi. Altri o Altro da odiare e da umiliare, annientare.” (p.10)

Una riflessione filosofica che ha il pregio di procedere in maniera agevole e accattivante, grazie anche al dialogo che s’intreccia tra l’autrice e un amico, Ullrich, che è il suo alter ego. Chi sia Ullrich è una scoperta che è bene che il lettore faccia da solo. È certo che la presenza di questo compagno permette un’analisi che si addentra nella profondità del tema, attraverso un continuo contraddittorio, mostrandone, via via, le diverse sfaccettature. Un modo, questo, non solo di rendere

avvincente quello che si rivela essere un vero e proprio studio fenomenologico della superbia, ma anche di mostrare come può e deve procedere la filosofia.

Laura Bazzicalupa ci conduce in un viaggio in cui la superbia s’incarna in una serie di figure, fino a giungere al presente e alla domanda: “che cosa resta oggi?” Perché sembra che della grandiosa superbia, punita da Dio, oggi non resti che la crudeltà gratuita, l’arroganza banale e gregaria, l’impunita iattanza, il vacuo narcisismo.

Contro l’apparente dissoluzione della superbia viene rivendicata la sua “radicalità metafisica e esistenziale”, il suo porsi “ al di fuori dei prudenti discorsi sul Bene e sull’Utile, e fuori anche da quelli su Benessere psicologico, lo star bene con se stessi, criterio economico della psicoterapia.” (p. 132)

“ La superbia è una colpa ontologica, non etica: proprio come dicevano i Padri della Chiesa e come avevano intuito i tragici greci, attiene al destino e alla radice dell’etica futura.” ( p. 135)

Al termine del viaggio possono ancora risuonare le parole che Sofocle fa dire ad Edipo cieco e povero, che conosce, alla fine, il cammino che bisogna percorre per essere uomini: “Quando non sono più niente, allora sono un uomo?” (p. 139)

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