Quando le novità in libreria diventano sempre più numerose,  ci si può sentire disorientati, come se si fosse spinti dalla necessità di rincorrere l’ultimo libro di cui si è letta una buona, se non entusiastica, recensione.

Un utile esercizio, quasi di distanziamento, verrebbe da dire, può essere quello di avventurarsi nella scoperta di autori che non compaiono da tempo nelle pagine delle recensioni, spinti dal caso, o dal proposito, mai prima attuato, di leggere un loro libro o….; le ragioni possono essere tante ma tutte propiziatrici di una rinnovata e tranquilla frequentazione della lettura.

Friedrich Glauser, Il tè delle tre vecchie signore, Palermo, Traduzione di Gabriella de’ Grandi,  Sellerio, 1985, p.280. E 9,00

Pubblicato postumo nel 1941 Il tè delle tre vecchie signore è un romanzo di Friedrich Glauser. (1)

Lo scrittore svizzero (1896 – 1938) ebbe una vita difficile, segnata da rapporti famigliari conflittuali, esperienze di internamento in istituti per malattie mentali, arruolamento nella legione straniera ecc.., dati persistenti in ogni nota biografica, quasi a delinearne gli elementi di affinità con i temi delle sue opere.

Su di esse una non ricca letteratura critica tende a distinguere i romanzi polizieschi, che hanno come protagonista il sergente Studer e il mondo delle piccole cose, dove i personaggi si concedono di essere solo quel sono, dagli altri romanzi altrettanto intensi, ispirati in parte alle vicende drammatiche della sua vita.

La lettura de Il tè delle tre vecchie signore, opera da molti ritenuta una sorta di ponte tra i due filoni narrativi di Glauser, rischia in un primo tempo di disorientare il lettore per il ritmo lento della narrazione, per l’atmosfera indistinta e soffocante che domina gli ambienti chiusi e gli spazi aperti della città.

A Ginevra, città sonnolenta e indifferente (2), i funzionari del luogo, burocrati e medici, si incontrano con spie russe, principi indiani, giornalisti britannici, tutti coinvolti, nella loro veste ufficiale e non, da una vicenda che tocca l’esperienza della droga e quella ancor più definitiva dei veleni.

Le morti sospette sono il motore della storia, ma presto paiono piuttosto il pretesto per far vivere al lettore una particolare avventura.

Si tratta di imparare a conoscere a fondo i personaggi, affiancandoli in una vicenda nella quale, pur credendo di recitare solo una parte, loro sono sempre in primo piano, protagonisti della provvisorietà, dell’ambivalenza, dell’ironia del destino che li accomuna.

Glauser vuole “…considerare ogni pagina del libro come un momento presente, in cui il lettore vive per alcuni minuti o secondi… [perché] vale la pena vivere questo presente senza trangugiarlo…vale la pena deludere coloro che dopo le prime dieci pagine sfogliano il libro sino alla fine solo per sapere il più presto possibile chi è l’assassino… (3)

E’ in questo modo che si scandisce il tempo della lettura. Un ritmo cadenzato, che soppesa ogni pagina, fa riflettere sui passi dei dialoghi, spesso serrati e interrotti dai lampi mentali dei personaggi, proprio come succede nelle situazioni pressanti, che inducono a voler fuggire, mentre non si deve perdere il controllo.

E Glauser lo sa bene. La sua vita gli ha effettivamente fornito le occasioni per sapere che nulla è netto, definito e chiaro, ma tutto si distingue per una leggera trama di mille possibilità intentate.

In questo procedere, come su una barca che dondola da una riva all’altra del lago, ogni passo induce a fermarsi, per sentire e vedere più a fondo. 

“..La notte era caliginosa. La luna era intenta a scegliersi un velo, ma non c’era una sola nube che le andasse bene. Così rinunciò e continuò a splendere a viso scoperto.” (4)

C’è un’infinita ironia nella scrittura di Glauser, che diventa pungente quando non sarcastica

“…Sì, le persone magre in politica sono una vera iattura. Nessuna comprensione, nessuna sensibilità, nessuna affabilità…..e soffrono tutti di certezza cronica. Malattia terribile…” (5)

e sa addolcirsi in autentiche confessioni “ – No, caro amico, – ribatté il signor Martinet – al contrario; come tutte le persone spiritose sono un grande, grandissimo melanconico. E come tutti i melanconici sono sostanzialmente un nichilista, o se questo termine lo spaventa, uno scettico.” (6)

La scrittura misurata e meticolosa, non sovrasta mai la narrazione, ma l’approfondisce con le sfumature, come le ombre e le luci di una scultura.

Non c’è fretta per il finale, la fine della storia arriverà, per forza di cose.


Note

1)            La casa editrice Sellerio ha pubblicato a partire dal 1985 fino al 1999 i suoi scritti, favorendone la conoscenza, pur se tardiva, in Italia.

2)                 Friedrich Glauser, Il tè delle tre vecchie signore, Sellerio, 1985, p.122

3)                 Glauser, rispondendo con una lettera aperta, ma mai pubblicata dalla rivista Zurcher Illustrierte, a Stefan Brockhoff e al suo decalogo per il romanzo poliziesco, stende una riflessione sugli elementi vitali di questo genere letterario e conclude con un riconoscimento alla magistrale lezione di George Simenon. Friedrich Glauser, I primi casi del sergente Studer, Sellerio, 1989, pp.192-3

4)                 Friedrich Glauser, Il tè delle tre vecchie signore, Sellerio, 1985, p.202

5)                 Friedrich Glauser, Il tè delle tre vecchie signore, Sellerio, 1985, p 126

6)                 Friedrich Glauser, Il tè delle tre vecchie signore, Sellerio, 1985, p 208

1 Comment

  1. > Finora nessun commento a “Friedrich Glauser, Il tè delle tre vecchie signore” <

    Nessun commento. Sintomatico. Glauser è (era) uno scrittore straordinario. "Il tè delle tre vecchie signore" uno dei pochi libri che ho letto più di una volta.
    La ringrazio per la sua recensione.

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