La raffigurazione dell’insegnante come un poveruomo, anzi un poveraccio, si ripresenta costante nel corso del tempo.  Una rappresentazione che suscita una compassione, priva, però, di partecipazione. Questa di Verga è una delle tante varianti; risale al 1887 ed appare demodé e, forse, velata d’indulgenza.

G. Verga, Il maestro dei ragazzi, in Id., Tutte le novelle, vol. II, Milano, Mondatori, 1964, pp. 31- 33

La mattina, prima delle sette, si vedeva passare il maestro dei ragazzi, mentre andava raccogliendo la scolaresca di casa in casa: con la mazzettina in una mano, un bimbo restio appeso all’altra, e dietro una nidiata di marmocchi, che ad ogni fermata si buttava sul marciapiede, come pecore stracche. Donna Mena, la merciaia, gli faceva trovare il suo Aloardo, già bell’e ripulito a furia di scapaccioni, e il maestro, amorevole e paziente, si trascinava via il monello, che strillava e tirava calci. Più tardi, prima di desinare, tornava rimorchiando Aloardino tutto inzaccherato, lo lasciava sull’uscio del negozio, e ripigliava per mano il bimbo con cui era venuto la mattina.
Così passava e ripassava quattro volte al giorno, prima e dopo mezzodì, sempre con un ragazzetto svogliato per mano, gli altri sbandati dietro, d’ogni ceto, d’ogni colore, col vestitino attillato alla moda, oppure strascicando delle scarpacce sfondate; però tenendosi accosto invariabilmente lo scolaro che stava più vicino di casa, sicché ogni mamma poteva credere che il suo figliuolo fosse il preferito.
Le mamme lo conoscevano tutte; dacché erano al mondo l’avevano visto passare mattina e sera, col cappellaccio stinto sull’orecchio, le scarpe sempre lucide, i baffetti come le scarpe, il sorriso paziente e inalterabile nel viso disfatto di libro vecchio; senza altro di stanco che il vestito mangiato dal sole e dalla spazzola, sulle spalle un po’ curve.
Sapevano pure che era un gran cacciatore di donne; da circa quarant’anni, dacché andava su e giù per le strade mattina e sera, al pari di una chioccia coi suoi pulcini, era sempre col naso in aria, agitando la mazzettina a guisa di uno zimbello, come un vero uccellatore, in cerca di un’innamorata – senza ombra di male – una che la guardasse ogni volta che passava e tirasse fuori il fazzoletto quando egli si soffiava il naso – niente di più; gli sarebbe bastato sapere che in qualche luogo, vicina o lontana, aveva un’anima sorella. Talché lungo la perenne via crucis di tutti i giorni, egli aveva delle immaginarie stazioni consolatrici, delle invetriate che soleva sbirciare dacché svoltava la cantonata, e che avevano senso e parole soltanto per lui, alle quali aveva visto invecchiare dei visi amati – o scomparirne per andare a maritarsi -, egli solo sempre lo stesso, portando una instancabile giovinezza dentro di sé, dedicando alle figliuole il sentimento che aveva provato per le madri, mulinando avventure da Don Giovanni nella sua vita da anacoreta.
Era come la conseguenza della sua professione, l’incarnazione degli estri poetici che gli occupavano le ore d’ozio, la sera, dinanzi al lume a petrolio, coi piedi indolenziti nelle ciabatte di cimosa, ben coperto dal pastrano, mentre sua sorella Carolina rattoppava le calze, dall’altro lato del tavolinetto, anch’essa con un libro aperto dinanzi agli occhi. Faceva il maestro di scuola per vivere, ma il suo vero stato erano le lettere, i sonetti, odi, anacreontiche, acrostici soprattutto, con tutte le sante del calendario a capoverso. Portava, sotto il paletò spelato, da un capo all’altro della città, strascicandosi dietro la scolaresca, la sacra fiamma dei versi, quella che fa cantare le giovinette al chiaro di luna sul veroncello – e doveva farle pensare a lui. Sapeva già, come se gliel’avessero confidata, tutta la curiosità che doveva suscitare la sua persona, i palpiti che destava una sua occhiata, le fantasie che si lasciava dietro il suo passaggio. Troppo scrupoloso per abusarne!
Un giorno, lo rammentava sempre con una dolce confusione interna, una giovinetta alla quale andava a dare lezioni di belloscrivere a domicilio, volle regalargli per la sua festa un bel fiore ch’era in un vasetto sulla scrivania – rosa o garofano, non si rammentava pel turbamento che gli aveva fatto velo alla vista. – Glielo presentava con un atto gentile, e gli diceva a vederlo timido e imbarazzato:
– L’ho tenuto lì per lei, signor maestro.
– No… la prego… Mi risparmi…
– Come? non lo vuole?
– Seguitiamo la lezione, di grazia!… queste non son cose…
– Ma perché? Che c’è di male…
– Tradire la fiducia dei suoi parenti… sotto la veste di istitutore…
Allora la ragazza era scoppiata in una risata così matta, così impertinente, che gli squillava ancora nelle orecchie al ripensarci, e ancora, dopo tanto tempo, gli metteva in capo un dubbio, uno di quei lampi di luce che fanno cacciare il capo sotto il guanciale, per non vederli la notte. Ah, quelle benedette ragazze, chi arrivava a capirle, per quanto gli anni passassero! Esse gli ridevano dietro le spalle. – Poi, dopo molto tempo. quand’egli passava a prendere i loro bimbi, tirando in su i baffetti ostinatamente neri, si sentivano intenerire da una certa commozione ripensando al passato, alle rosee fantasie della prima giovinezza, che evocava la figura melanconica di quell’eterno cercatore di amore.
[…]

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