O. Pamuk, La casa del silenzio, Torino, Einaudi, 2007, pp.376, Euro 12,80

Già pubblicato nel 1993 dall’editore Frassinelli, è riproposto da Einaudi. È il secondo romanzo scritto da Pamuk; la vincita del Nobel nel 2006 ha consentito, probabilmente, questo viaggio a ritroso nelle sue opere.

La vicenda si snoda in un arco breve di tempo, narrata in prima persona da diversi protagonisti che s’incrociano intorno ad una villa ormai fatiscente. In loro si riflette la realtà della Turchia nella sua difficile ed incerta transizione.

Incombe su tutti il dottor Selâhattin, morto da anni, ma la cui figura viene continuamente evocata. Alcolista, medico fallito, ossessionato dal progetto di scrivere un’enciclopedia che rivoluzionerà l’Oriente e il cui fallimento si riverbera su tutti gli altri personaggi. Sono vite incompiute, non realizzate o senza possibilità di realizzazione quelle che affiorano attraverso conversazioni in cui ci si scambia solamente il nulla e monologhi interiori dai quali emergono rimpianti, risentimenti, speranze che rimangono inespressi.

La vecchia Fatma, proprietaria della villa, vedova del dottor Selâhattin, trascorre il tempo nei ricordi e nel rancore, tenace e patetica nel suo abbarbicarsi alla tradizione.Il nano Recep, figlio illegittimo del marito di lei, che l’accudisce, vive un’esistenza umiliata, ma è l’unico a mantenere una sua piena umanità. Nilgün, nipote di Fatma, giovane progressista ingenua, unica a non comparire mai come narratrice, che viene assassinata senza che vi sia ricerca e condanna del colpevole e per la quale non sono espresse parole di dolore e di sofferenza.

Una lettura difficile e, contemporaneamente, fluida, che comunica un senso di desolata tristezza.

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