Non saranno molti a ricordare il libro di Mario Lodi da cui è tratto il brano. È un diario che raccoglie i momenti salienti della sua esperienza scolastica negli anni dal 1951 al 1962. Uscì nel 1972, due anni dopo il libro più famoso, “Il paese sbagliato”. Forse l’episodio raccontato da Lodi può apparire edificante; si è infastiditi dal dispiegarsi di buoni sentimenti, che appaiono debordanti e che, quasi per assuefazione al negativo, suscitano forme più o meno accentuate di ritrosia.Leggerlo, però, può far riaffiorare quei momenti in cui anche noi, dopo un particolare evento, abbiamo detto: “C’è speranza se è accaduto questo.” Un piccolo varco in quella cappa che oggi sembra gravare sulla scuola

Mario Lodi, C’è speranza se questo accade al Vho, Torino, Einaudi, 1972, pp. 107-113

Ciò che racconto ora potrebbe intitolarsi: la storia di un semplice dono prigioniero dell’arida legge, liberato dall’ingenua costanza dei ragazzi, con pentimento di un rigido tutore del regolamento e meraviglia di due maestri, i quali, poiché conoscono abbastanza bene il mondo, sono piuttosto scettici.
Avvenne una cosa molto semplice: avvenne che una scolaresca, la mia, appena ricevuti i doni di santa Lucia, pensò di mandarne un po’ a un’altra scolaresca, con la quale era in corrispondenza, quella della maestra Sara Cerrini a Doccia in Toscana. Ci fu qualche discussione, ma poi la proposta venne accettata e attuata. Ognuno preparò un suo pacchettino contenete frutta e dolci, sul quale scrisse il nome del proprio corrispondente. Ai pacchettini, riposti in uno scatolone, si aggiunse una stecca di torrone, dono della classe, e qualche giornalino.
Chiuso il pacco, l’incaricato va alla posta e spedisce. È il 14 dicembre 1956. Il pacco contenente la somma di quella ventina di piccoli sacrifici, trasformati dall’affetto dei ragazzi in lieta sorpresa, viaggia nella fantasia dei ragazzi, se ne parla per più giorni… La sorpresa arriva pochi giorni dopo, e precisamente il 18: è una lettera della maestra Sara, indirizzata a me, in cui si dice che il pacco è stato tassato di 730 lire di dazio, perché, pur essendosi dichiarato che conteneva materiale didattico e dolciumi, l’ufficio postale ha considerato tutti i sei chili del pacco come dolci e li ha gravati di dazio in ragione di 120 lire al chilo. Quei bambini stavano proprio facendo il conto di quanto sarebbe venuto a costare un pacco da spedire ai miei, quando si sono visti vuotare la cassa e la maestra ha dovuto aggiungere i soldi mancanti. Un disastro, per chi ha esperienza di casse scolastiche.
Alla lettura della lettera i ragazzi sono rimasti male, sorpresi e indignati nei riguardi dell’ufficio dazio toscano.
[…]
E poi come sempre, si discute con calma la cosa. […] Alla fine della conversazione gli animi sono ormai placati e si decide di scrivere al daziere toscano. Un gruppo redige una lettera che viene trascritta alla lavagna, ripulita di qualche vocabolo poco opportuno, spedita. Eccola:
‹‹Vho di Piadena, 22 dicembre 1956
Signor daziere di Doccia,
abbiamo ricevuto la lettera della maestra dei nostri amici corrispondenti ai quali mandiamo giornalini, lettere, disegni, ecc. Essa ci dice che Lei ha fatto pagare il dazio come se il pacco fosse pieno di dolciumi, invece i dolciumi erano solo mezzo chilo e non li abbiamo spediti per fare commercio: erano piccoli doni della nostra santa Lucia.
Il nostro daziere non fa pagare il dazio sui panettoni, torroni e altri dolci che si ricevono in queste feste.
Quei ragazzi hanno vuotato la loro cassa e la maestra ha dovuto sborsare i soldi che mancavano, e sono rimasti male.
Loro non hanno colpa e noi La preghiamo di restituire i soldi a quei poveri ragazzi. Sia buono e comprensivo.
Speriamo che sia gentile e La ringraziamo e La salutiamo.
Gli scolari della V classe di Vho di Piadena (Cremona) ››.

I ragazzi sperano molto in quella lettera, ma io faccio loro osservare che sarà ben difficile che la tassa venga rimborsata. La reazione della scolaresca è decisa e unanime: manderemo noi allora a quei ragazzi, i soldi che, per colpa nostra, hanno dovuto sborsare. La cassa si vuota; ma il vaglia parte.
Poi vengono le vacanze natalizie e, con la ripresa, una lettera di Sara che, con grande delicatezza, ma anche con malinconia, dice: ‹‹Ti ringrazio del gentile pensiero che tu e i tuoi ragazzi avete avuto nel restituirci il denaro speso per la tassa del vostro pacco: siamo rimasti tutti molto colpiti da questo vostro gesto generoso, perché sappiamo purtroppo cosa vuol dire (cioè quanto sacrificio costi) tale generosità; ti dico francamente che mi ero quasi pentita di averti detto della tassa: appena dovemmo pagare ci chiedemmo tutti se era bene dirvelo o no e, nonostante io dicessi che sarebbe stato necessario farlo affinché la cosa non si ripetesse, nessuno osò scrivere nella sua letterina quanto era successo; fui io che… mi decisi a narrarti l’accaduto, lasciando a te l’iniziativa di dirlo o no ai ragazzi…Ti aggiungo solo che, se il dazio di Pontassieve riconoscesse il suo errore, vorrebbe dire proprio che il mondo è cambiato. In ogni modo, grazie ancora del vostro ingenuo, ma così caro pensiero››.
[…]
Dopo qualche giorno arrivò questa lettera:
‹‹Pontassieve lì 25-1-1957
Cari ragazzi,
colui che vi scrive è quel pignolo, cattivo e incosciente daziere di Doccia che ha fatto pagare il dazio su quel pacco da voi inviato ai vostri cari compagni della mia frazione.
Amici cari, non mi dovete considerare così.
Sappiate che pure io sono padre e voglio tanto bene al mio bambino come a tutti ragazzi e quindi anche a voi ed ai vostri compagni, però quello che voi mi chiedete è una cosa che io non mi posso permettere di fare. Come voi avete l’obbligo e il dovere di studiare e di obbedire sia ai vostri genitori che alla vostra maestra, anche io, che sono un ragazzo un po’ più grande di voi, ho i miei doveri e i miei obblighi: devo obbedire e rispettare quello che a me la legge ed i miei superiori mi dicono di fare. Sarebbe da disonesti il non farlo e quindi vorrei che anche voi, nel crescere, imitaste il cattivo daziere di Doccia.
Vi restituisco le 700 lire (racimolate fra i miei colleghi) che i vostri compagni hanno pagato, in modo che voi possiate rimborsargliele.
Non giudicatemi male e restiamo buoni amici.
Il daziere Bigiarini Giancarlo.
[…]››
Ai ragazzi questa lettera ha causato una specie di choc psicologico. Essi hanno avuto diverse reazioni: Luciano – tanto per citarne uno – , quello che voleva strozzare il daziere, si è chiuso in un ostinato mutismo che è durato tutto il pomeriggio.”

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