Non sarà mica tutto zuccherino, il Natale. L’antidoto c’è: la prosa crepitante ed asciutta di Agota Kristof, la scrittrice ungherese di “Trilogia di K” e dell’autobiografico “L’analfabeta” recensito da Voci nei mesi scorsi. Oggi viene pubblicato da Einaudi un libretto minuscolo di microracconti intitolato “La vendetta” (nello stesso formato di un altro racconto breve “Ieri”,che,  attenzione, è tagliente!).

Proponiamo una brevissima storia scolastica: sì, proprio come antidoto al “troppo buoni”.

Durante gli studi provavo un immenso affetto per i miei professori. Mi ispiravano un’ammirazione e un rispetto tali che mi sentivo obbligato a difenderli dalla brutalità dei miei compagni.

L’inutile tortura dei professori mi rivoltava. Anche quando davano cattivi voti. I cattivi voti non hanno alcuna importanza, allora, perché fare del male a creature deboli e indifese?

Ricordo uno dei miei compagni che, molto abile, scivolava in silenzio alle spalle del professore di biologia e gi sfilava i nervi dalla colonna vertebrale per poi distribuirli tra noi.

Coi suoi nervi si potevano fabbricare parecchie cose, per esempio degli strumenti musicali. Più i nervi erano logori, più il suono era delicato.

Il professore di matematica era molto diverso da quello di biologia. I suoi nervi erano assolutamente inutilizzabili. In compenso aveva un testa completamente calva, il che consentiva di disegnarci dei cerchi perfetti con il compasso. Cerchi di cui annotavo accuratamente la circonferenza nel mio taccuino, per trarne delle conclusioni in seguito.

Naturalmente, quando il professore ci dava le spalle per tracciare il triangolo rettangolo del teorema di Pitagora alla lavagna, i miei compagni, grezzi e ignoranti, non trovavano nulla di meglio che mirare di soppiatto ai miei cerchi con le loro fionde – fabbricate coi nervi di cui sopra.

Dirò ancora qualche parola sul nostro brillante professore di lettere. Sarò breve, perché so che i ricordi di scuola altrui sono noiosi per chi li ascolta.

Una volta, dunque, quest’uomo mi colpì alla testa con il gessetto per strapparmi al mio consueto sonno mattutino. Detesto essere svegliato così, ma non mi sono affatto arrabbiato, tanto era profondo il mio amore per i professori e per il gesso. A quei tempi consumavo un’enorme quantità di gesso, per via di una carenza di calcio. La cosa mi causava un po’ di febbre, ma non ne ho mai approfittato per trascurare la scuola, poiché  – come dico sempre – amavo i professori e in special modo il professore (assai brillante) di lettere.

E’ per questo che, impietosito dal poveretto, dopo che i suoi allievi gli avevano assassinato una poesia, alle dodici e trenta precise, nel parco accanto alla scuola e con l’aiuto di una corda per saltare dimenticata lì da qualche bambina, ho messo fine ai suoi tormenti.

Il mio gesto umanitario fu ricompensato con sette anni di reclusione. Sia chiaro, non ho mai avuto di che pentirmene, tanto quei sette anni furono ricchi di insegnamenti di ogni genere, e tanto erano grandi il mio affetto per le guardie e la mia ammirazione  per il direttore del carcere.

Ma questa è un’altra storia.

(Agota Kristof, La vendetta, Torino, Einaudi, 2005)

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