“Sebbene non certo con questa intenzione essi mi condannarono e mi accusarono, ma anzi credendo di farmi male; e perciò sono degni di biasimo. Ora io a costoro non ho da fare altra preghiera che questa: i miei figlioli, quando siano fatti grandi, castigateli, o cittadini, cagionando loro gli stessi fastidi che io cagionavo a voi, se a voi sembra si diano cura delle ricchezze o di beni altrettali piuttosto che della virtù; e se diano mostra di essere qualche cosa non essendo nulla, svergognateli, come io svergognavo voi, che non curino ciò che dovrebbero e credano valer qualche cosa non valendo nulla. Se così farete, io avrò avuto da voi quel ch’era giusto che avessi: io e i miei figlioli.
Ma ecco che è l’ora di andare: io a morire, e voi a vivere. Chi di noi vada verso il meglio è oscuro a tutti fuori che a Dio.”
(Platone, “Apologia di Socrate”, in Id. “Opere complete”, Bari, Laterza, vol. 1°, traduzione di M. Valgimigli, 1971, XXXIII 41d – 42°)
Queste parole sono state pronunciate da un comico in uno spettacolo d’intrattenimento. Forse, questa è la speranza, in quelli che le hanno ascoltate si è prodotta la sensazione che fossero dette per la prima volta per ognuno di loro.

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