Lo troviamo ripetuto in tanti modi diversi, quanto sia importante il “racconto” nella nostra vita, in ogni campo. Basta andare in libreria, anche negli austeri scaffali delle sezioni di economia e organizzazione, per trovare i titoli giusti – “Racconti per il cambiamento”, “Narrare la formazione”, “Racconti per il coaching”…
Chi scrive di scuola non si sottrae certo a questa tendenza (a questa moda?). E così, via con la narrazione nella didattica, l’autobiografia come strumento di costruzione dell’identità, il racconto delle esperienze come forma efficace di documentazione, e perfino i racconti di vita da inserire nel portfolio – sì, proprio lì, dove mai avremmo pensato di trovarli.
Ma poi, nelle classi e nei laboratori, quanto tempo è riservato alla gratuita esperienza del raccontare? E come si concilia, questa conclamata centralità della narrazione, con le pressioni quotidiane a spezzettare, sezionare, modulare, capitalizzare, certificare…?

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