Il  2010 è stato proclamato “Anno  Europeo della lotta alla povertà e all’esclusione sociale”. Il testo della DECISIONE N. 1098/2008/CE DEL PARLAMENTO EUROPEO E DEL CONSIGLIO del 22 ottobre 2008 sottolinea che “la mancanza di competenze e di qualifiche di base adatte alle sempre nuove esigenze del mercato del lavoro costituisce un ostacolo importante all’integrazione nella società. Esiste un rischio crescente di nuove spaccature nella società tra coloro che hanno accesso all’apprendimento permanente per migliorare la loro capacità di inserimento professionale e di adeguamento e per facilitare il loro sviluppo personale e la loro cittadinanza attiva, e coloro che rimangono esclusi e subiscono varie forme di discriminazione. Le persone che non posseggono le competenze adeguate incontrano maggiori difficoltà ad accedere al mercato del lavoro e a trovare un’occupazione di qualità, sono maggiormente soggette a lunghi periodi senza lavoro o, qualora ne trovino uno, ad occupare posti di lavoro a bassa retribuzione”.

Nell’Anno Europeo della lotta alla povertà e all’esclusione sociale, il Governo italiano sta proseguendo nell’azione di smantellamento di un sistema pubblico di istruzione per tutti lungo tutto l’arco della vita.

Nell’Anno Europeo della lotta alla povertà e all’esclusione sociale, il Governo italiano sta scegliendo di dare ai giovani meno competenze di base rispetto ai loro coetanei europei nel momento in cui decide che lo studente italiano dovrà studiare una sola lingua per tredici anni. Il monolinguismo che ne risulta rischia di diventare presto una nuova forma di analfabetismo.

Nell’Anno Europeo della lotta alla povertà e all’esclusione sociale, il Governo italiano ha deciso di negare un diritto di cittadinanza fondamentale,  il plurilinguismo e lo sta facendo giocando in nome di ambiguità e pregiudizi che dilagano nel nostro paese: “L’unica lingua che serve è l’inglese” oppure “Apprendere la lingua inglese per 13 anni porterà i nostri studenti ad una competenza pari a quella di un parlante nativo” e, infine, “Prima si inizia con l’inglese meglio è.”

Noi siamo, invece, convinti che sono le altre lingue a fare la differenza fra chi ha competenze di cittadinanza spendibili sul mercato del lavoro e chi no e, tra le competenze di cittadinanza, la comunicazione nelle lingue straniere è – come ci ricorda il Libro Bianco del 1995 – “condizione indispensabile per permettere ai cittadini dell’Unione di beneficiare delle possibilità professionali e personali offerte dalla realizzazione del grande mercato interno senza frontiere”. Noi siamo convinti delle potenzialità formative che l’apprendimento di una lingua straniera porta sempre con sé. Lo sviluppo di competenze plurilingue favorisce, infatti, il rapporto con gli altri, la capacità di relativizzare il proprio punto di vista per trovare possibili punti di contatto e di dialogo con sistemi di valori e codici di comportamento diversi dal proprio.

Noi siamo convinti che si possano costruire curricoli plurilingue per tutti nella scuola pubblica. Per dare una formazione plurilingue a tutti i cittadini europei vorremmo che si riconoscesse anche nel nostro Paese la necessità di una didattica del plurilinguismo che ammette scenari curricolari diversificati, valorizza le connessioni tra le lingue, utilizza a pieno i vantaggi di un’educazione linguistica integrata.

Di fronte ad un ministro dell’Istruzione che nega un diritto di cittadinanza fondamentale in materia di politiche linguistiche lend ha deciso di presentare un esposto alla Corte di Giustizia Europea.

Ad un governo che affida le scelte in ambito scolastico al Ministro dell’Economia, noi rispondiamo con una proposta di curricolo che si basa sulla diversificazione linguistica fin dalla primaria perché siamo convinti che un sistema educativo che non offra un insegnamento plurilingue per tutta la vita, genera disuguaglianze.

 

 

 

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