Non sono sicura di essere entrata davvero nello spirito di Maria Zambrano, ma sicuramente la sento intrigante, come sempre quando la filosofia viene visitata da una donna. In ogni caso riscontro nel suo dire espressioni che travalicano i confini (e questo mi sta bene), ma anche termini legati a contesti di conservazione o, quanto meno, datati (quale l’affetto discepolare che la fa dipendente dal maestro Ortega y Gasset); nell’insieme ci debbo ancora pensare.
Recentissima è uscita la traduzione di un libro di suoi interventi “sull’educazione”  già edito in Spagna da Angel Casado e Juana Sanchez-Gey (Maria Zambrano, Per l’amore e per la libertà, scritti sulla filosofia e sull’educazione, a cura di Annarosa Buttarelli, Marietti, 2008) che mi ha suscitato non poco interesse.
A prescindere dagli equivoci che possono sorgere dalla sua predilezione, per esempio, per il temine vocazione usata per l’ arte del maestro, alcune notazioni sono realmente affascinanti. Mi soffermo sul valore dell’nfanzia.
A partire dal suo far riferimento alla nascita e alla vita – che la collega ad Hannah Arendt, quando osservava che Omero chiama gli uomini “i mortali” e non (come direbbe una donna) “i viventi” – Maria, nella parte “Sull’educazione e sull’insegnamento” (1949-1977), dice a proposito dell’infanzia:
“L’infanzia è un vero continente mai abbastanza esplorato perché è l’immediata continuazione della cosa più decisiva e misteriosa della vita: la nascita. Forse, fino a ora, la morte ha ossessionato la mente occidentale molto più della nascita, ma la verità è che parlare di morire non è gran cosa rispetto all’essere nati”. E’ davvero sull’essere vivo e sentirsi unico che si fonda ogni trasformazione morale, spirituale e anche fisica. Zambrano sostiene che “nascere non è un fatto riducibile all’essere. L’uomo è, prima di tutto, un nato, un essere vivente nato” . Risulta evidente che Heidegger non aveva mai partorito se non pensieri. “Rivelazione”, dunque, fondamentale non è essere per la morte, ma “trovarsi nati nella vita ed essendo, essendo già e andando verso l’essere”. Per questo l’infanzia è “una continuazione della nascita, il nascere che si fa manifesto” e che vive sotto il segno della dipendenza dal cibo cognitivo come da quello alimentare. “Se fosse possibile scoprire il coefficiente di desiderio nell’epoca dell’infanzia, si avrebbe un’indicazione di estrema importanza nel futuro. Ma il desiderio, quella tensione aperta a ricevere tutto, dipende in gran parte dall’ambiente; tanto l’estrema insoddisfazione come l’opposto possono sciogliere ma anche fissare in maniera indelebile il desiderio illimitato in colui che è sottomesso al suo dominio”.
Ma vi è anche un’altra tendenza del desiderio, che “procede dall’essere che lotta per la sua indipendenza, senza rendersene conto….e porta un essere umano fino al suo ultimo dispiegarsi, la radice stessa della libertà, dell’inesorabile libertà”. E’ qui che appare il senso del futuro, la creazione del tempo propriamente umano: “il desiderio elementare che si aspetta tutto in realtà non sbuca da un prolungato presente; se permanesse al suo interno, l’essere non avanzerebbe di un passo, anche se lo sviluppo fisiologico dell’organismo proseguisse normalmente…”. Il progetto educativo di Zambrano vede nella chiusura dell’orizzonte cognitivo implicito nel desiderio che non si evolve la causa dell’infantilismo e il ritardo mentale del bambino dominato dall’avidità. La tendenza verso il futuro “già presente nel primo involucro della nascita”, viene sostenuta e fatta crescere nella famiglia e nell’educazione. Affrontare la realtà propria di soggetto e del mondo che sta attorno da ogni parte trova il bambino in condizioni di solitudine e di conflittualità: i genitori (spesso ignari della complessità dei processi educativi) in primo luogo, poi i maestri e gli adulti in genere debbono aiutarlo a uscire dall’infanzia, senza fargliela perdere del tutto. Zambrano dice, con un termine un po’ arcaico che l’infanzia resta come patria indistruttibile. Infatti “l’infanzia è il luogo che si porta sempre con sé nel bene e nel male….è la tappa iniziale della vita che dev’essere superata come le altre, ma alla quale si dovrà ricorrere una e un’altra volta ancora, e non solo in virtù della nostalgia, ma per il fatto che è l’infanzia il luogo in cui ci siamo risvegliati alla vita dall’interno della cura, della tenerezza e, quasi sempre, dell’amore”.

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