cialenteUn racconto/memoria di scuola – scritto ad Alessandria d’Egitto nel 1937 e rivisto a Trevisago nel 1965 – da una scrittrice poco diffusa oggi ma dalla biografia e dalla scrittura molto interessante, in particolare nei ritratti femminili che, come in questo, corrispondono ad enfants terribles...

Fausta Cialente, Canzonetta, in I bambini, Edizioni Studio Tesi 1995

All’inizio dell’anno scolastico, in ottobre, la prima scoperta che fecero le alunne dell’ottava classe fu che la vernice con la quale erano stati ridipinti i banchi era appiccicosa, benchè fosse opaca e sembrasse asciutta. Le braccia conserte, che la disciplina della suore Ugoline voleva posate sul banco durante l’ascolto di certe letture, scaldavano dopo un poco la superficie delle tavolette in modo che, a distaccarla, la stoffa delle maniche dei grembiuli neri cedeva lentamente con un lungo rumore di carta strappata – per dirla pulita. In realtà, si poteva pensare a peggio.

Le alunne non avevano tardato molto ad accorgersene, se anche era stata Ninì, una della giovani tra le “grandi” di ottava, a segnalare la cosa per prima. Con la sua testa rotonda di capelli folti e rossicci tagliati troppo corti, la pelle rosalatte macchiata di graziose lentiggini e i sopraccigli a virgola, straordinariamente mobili, che palavano nel suo viso anche quando le labbra tacevano, serrate, Ninì aveva l’abilità di farsi intendere con uno o due cenni appena la suora di turno volgeva le spalle per recarsi dalla cattedra alla lavagna. Fu merito suo, dunque, se alla fine di quella mattinata, un paio di settimane dopo l’inizio, risultò ben combinata la manovra delle alunne che stavano, con lei, in prima fila; dopo aver ben scaldato la vernice pigiando le braccia sulle tavolette, le staccarono simultaneamente producendo quel rumore in effetti piuttosto sconcio. Suor Giuditta guardò le ragazze al di sopra delle grosse lenti con occhi annebbiati e un po’ sorpresi che interrogarono con severità.
La licenza evidentemente le divertiva; non riuscirono tuttavia, le alunne, ad ottenere il cambiamento desiderato, cioè non dover stare durante le lunghe, noiose letture delle suore o dell’abate con le braccia nella posizione di prammatica: l’introdurre una mutazione così importante come quella di tenere le mani sotto il banco sarebbe stato troppo pericoloso. Temevano, le Ugoline, che permettendolo avrebbero rischiato altre licenze, forse peggiori.

Erano gli ultimi tempi semiromantici poco prima del 1914; Milano era una città quasi tranquilla, la gente ammirava ancora come una grande novità i primi tassì in servizio, gli affollamenti erano relativi, anche i giorni delle corse a San Siro, e in piazza del Duomo girava il carosello dei tram. Le donnine allegre si chiamavano ancora cocottes e nel varietà, ovviamente cafè chantant furoreggiava il “fine dicitore”. Lavando i piatti le sguattere cantavano a piena voce: Son fili d’oro i tuoi capelli biondi oppure No, cara piccina no, così non va. Le ragazze di ottava portavano le trecce sulle spalle, quando non le portavano arrotolate a conchiglia sulle orecchie.
Raggruppate nei vani dei finestrini in parlatorio, nei corridoi, nel refettorio,  – le cuffie grigie listate di organzino bianco e nero, la mantelletta svolazzante, le suore Ugoline sussurravano preoccupate, offese… Non era concepibile per la dignità e il buon nome dellla loro scuola aristocratica e costosissima l’accettare una simile mancanza di disciplina; poiché le alunne avevano scoperto nel frattempo che a premere la schiena contro il banco anche il dietro del grembiule si appiccicava, e così i rumori d’insieme erano diventati due, la prima fila manovrando di braccia e la seconda di schiena, alternativamente, agli impercettibili segni di comando della capofila – e solo nei giorni dispari. A volte, per tener malignamente in sospeso l’attesa delle suore, gl’intervalli erano più lunghi, Ninì era maliziosa e accorta. Suor Giuditta non levava più lo sguardo interrogativo: si arrestava di parlare o di leggere durante un attimo stringendo un poco le labbra amare. Le ragazze, baldanzose, credettero di averla avuta vinta.

Ma, dopo le vacanze di Natale, quando rientrarono in classe trovarono i banchi pitturati a nuovo con una lacca lucida e liscia sulla quale la stoffa scivolava senza far presa. In piedi sul gradino della cattedra la Madre superiora, furente oltretuttto per aver dovuto sostenere quella spesa supplementar,e guardò negli occhi ad una ad una le giovani sconsiderate e consigliò con drammatica voce di tenere d’ora in poi ben altra condotta, se volevano ottenere qualche profitto. “Intanto”, la classe sarebbe stata esclusa dalle premiazioni di fine d’anno poiché le alunne avevano perduto, per quel trimestre di baldoria che s’erano concesse, tutti i “biglietti di lode” settimanali e i “quadri d’onore” mensili. Sui lucidi banchi piovvero le prime lacrime di pentimento e di  sconforto delle “migliori”, che avevano avuto la debolezza di lasciarsi corrompere dalle altre, alunne cattive, ossia pecore rognose, come avevano l’amabilità di chiamarle le Ugoline, che a loro volta da esse venivano chiamate le “scuffie”. Escluse in tutti i modi dalla gloria delle apoteosi finali, non sentirono la necessità di mostrare un gran cordoglio. Fra queste Ninì. Non avevano nulla da perdere, oramai, salvo una piccola distrazione in meno, ma la coscienza della loro inferiorità, che in fin dei conti era un atto di modestia, sembrò superbia, cinismo. Dopo la Superiora venne l’abate per la prima lezione dell’anno nuovo e tuonò con voce minacciosa contro lo scandalo e la perversione. L’ottava classe domata, tacque allibita.

A Ninì non restavano più che le innocenti constatazioni di luogo, i venticelli delle fessure, le correnti d’aria, gli scricchiolii dei banchi. Gli odori e i rumori della strada, i riflessi della neve, i lampeggiamenti del sole che venivano da sinistra, dov’erano le grandi finestre inquadrate da bianchi tendaggi. La destra significava ombra e pericolo, invece. In quella zona malfida – il corridoio – andavano e venivano le “scuffie”. con silenziose scarpe di panno, le dita semintrecciate nascoste dietro la mantelletta. (…)

Fausta Cialente (1898-1994) dopo un’infanzia a Trieste, vive per quasi trent’anni ad Alessandria d’Egitto. Scrittrice di romanzi di ambientazione levantina negli anni trenta, conduttrice durante la Resistenza di Radio Cairo, attraverso la quale conobbe tra i fuoriusciti italiani anche Palmiro Togliatti, al ritorno in italia pubblica “Un inverno freddissimo” ambientato a Milano nel dopoguerra e “Le quattro ragazze Wieselberger” (Premio Strega 1976) e ripropone testi che durante il fascismo erano stati sequestrati dalla censura. Vive a Roma in contatto con le scrittrici italiane della seconda metà del novecento; muore a Londra.
Nella sua vita piena di migrazioni affronta le tematiche dello sradicamento e  del femminile.

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