Un’opera letteraria parla una lingua sempre uguale e diversa nel tempo: in questo risiede parte della sua grandezza. Quando poi si tratta della Divina Commedia, la sorpresa di fronte alle straordinarie possibilità comunicative di un testo sempre attuale è potenziata dalla ricchezza semantica che ogni verso rivela.

Inferno I, vv. 22 ss.”E come quei che con lena affannata,/ uscito fuor del pelago a la riva, / si volge a l’acqua perigliosa e guata, / così l’animo mio ch’ancor fuggiva, / si volse a riguardar lo passo / che non lasciò già mai persona viva.”

Ecco una similitudine che nel contesto dell’opera punta a suggerire lo stato d’animo del pellegrino, all’inizio del suo arduo viaggio oltremondano: il poeta si illude di poter evitare la selva oscura, salendo il dilettoso monte, rinfrancato dai raggi del pianeta che mena dritto altrui per ogne calle.

Ma a quali naufraghi pensava il poeta nel ‘300?

Nel Decameron II, 4 si legge del naufragio di Landolfo Rufolo: “al quale non bastando la sua ricchezza, disiderando di raddoppiarla, venne presso che fatto di perder con tutta quella se stesso.”

Le cronache dell’Alto Medioevo ci restituiscono l’immagine di altri mercanti che, sempre per smania di nuove ricchezze, affrontano rotte difficili e pericolose verso terre lontane, dove commerciare merci rare e preziose.

Naufraghi poi, agli occhi di Dante, dovevano essere anche i crociati che tra il 1095 e il 1270 erano partiti alla volta del Santo Sepolcro.

Ed infine, non meno vivi nella memoria del poeta dovevano essere i naufraghi restituiti dal mito della Grecia e di Roma: Ulisse ad esempio, a cui Dante non concede il ritorno in patria né la possibilità di uscir fuor del pelago a la riva; o Enea, che invece approda lungo le sponde del Lazio, un eroe a cui il poeta guarda come ad una sorta di compagno di viaggio.

A questi e ad altri naufraghi, a tutti quelli che avevano affrontato la furia del mare e che poi fortunosamente (ma non sempre) avevano potuto toccare terra, avranno forse pensato nel corso dei secoli i lettori della Divina Commedia.

E oggi? Quale immagine si associa immediatamente alla similitudine dantesca?

Direi subito quella delle “carrette del mare” cariche di gente disperata, che si illude di trovare lungo le nostre coste la salvezza. Gente miracolosamente scampata alla morte – a meno che non incontri qualcuno che la scaraventi di nuovo in mare, una volta raggiunta un’imbarcazione su cui salire; e che poi dovrà sperimentare la delusione di un viaggio che non si conclude certo al momento dell’approdo.

Il naufrago dantesco è più che mai vicino al naufrago odierno: il poeta di lì a pochi versi dovrà sperimentare il dramma della delusione, che esprimerà attraverso un’altra similitudine.

E qual è quei che volentieri acquista, /e giugne il tempo che perder lo face, / che ‘n tutti i suoi pensier piange e s’attrista; / tal mi fece la bestia sanza pace, / che, venendomi ‘ncontro, a poco a poco / mi ripigneva là dove ‘l sol tace.

E per poter campar d’esto loco selvaggio, dovrà affrontare l’Inferno, così come tanti sventurati senza terra.

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