Cronache stupite: perché a volte “non capire” può essere il modo migliore per insegnare, e per apprendere (prof, ma dov’è mai finita l’Europa?)

Attenzione e concentrazione sono ingredienti fondamentali per continuare a stupirsi; una condotta distratta può facilmente far scivolare nella routine anche le stravaganti normalità di un paese straniero.

Prendiamo la mia scuola; mi ci sono voluti ben quattro mesi di frequentazione quotidiana per rendermi conto che le bandiere appese all’esterno dell’ingresso principale non sono sempre le stesse, ma cambiano a intervalli irregolari e secondo criteri a me oscuri. Colpa dell’altezza a cui sono posizionate? O piuttosto del fatto che, dopo averle notate i primi giorni, ho dato per scontato che fossero sempre là, immobili (anche se perennemente stropicciate e strapazzate da una corrente paragonabile a quella tra Scilla e Cariddi; dicono che l’Inghilterra sia piovosa, ma non avvertono della violenza dei suoi venti).

Fatto sta che un giorno alzi la testa e noti una bandiera italiana, che non ti sembrava fosse mai stata lì, ed ecco che l’istinto patriottico risveglia il sonnacchioso spirito indagatore. Ipotizzi allora che i vessilli pubblicizzino le lingue studiate nell’istituto, ma col passare delle settimane sei costretta a ricrederti, poiché si susseguono i drappi più disparati, dall’Australia all’India, dal Giappone al Portogallo (la cui lingua non è insegnata da noi), seguendo le regole di un algoritmo a te ignoto. Al centro, tuttavia, invariato permane il gonfalone britannico e, udite udite, in questo ripetuto rinnovarsi dei colori, è ancora inedito il simbolo europeo (si saranno almeno ricordati di ricollocare negli scatoloni la bandiera del Commonwealth?). 

L’arlecchinico esterno dell’edificio è solo una premessa di quello che si trova dentro: la varietà dei colori e delle culture di origine è stupefacente. A differenza di molti altri istituti, in cui si notano nette prevalenze etniche, Haydon è ancora una scuola variegata, dove forse solo la componente dell’Europa orientale non ha ancora avuto accesso (in netto contrasto, peraltro, con la forte immigrazione proveniente da questi Paesi negli ultimi anni). A volte i nomi dei ragazzi tradiscono la loro provenienza, come per Shiv e Kavil, Inthiaz e Arik; nella maggior parte dei casi, tuttavia, questi sembrano rappresentare l’unico legame con un sostrato quasi completamente ricoperto dall’avida cultura anglosassone, livellatrice delle piccole individualità. E così, suscita quasi un senso di stupore sollevato la scoperta di un’aula che viene utilizzata da un ragazzino per la sua preghiera all’ora di pranzo. Lo sorprendo mentre svolge con gesti meticolosi il suo tappeto; gli occhi neri spalancati, quasi giustificandosi con una vaga aria colpevole, mi racconta di avere già chiesto, e ottenuto, il permesso alla professoressa; poi, rassicurato e senza più timore, mi invita a rimanere, poiché ai fini della preghiera non è necessaria la solitudine.

Sharfaa, invece, fa parte della minoranza delle ragazze con il velo; viene nella classe di italiano facoltativa, quella del twilight (letteralmente, crepuscolo). Studentessa diligente, inglese perfetto, italiano in costante progresso. In classe mi chiama sempre per correggerle i lavori; quando usciamo dall’aula per fare pratica di conversazione è agitata, ma il sorriso non le abbandona mai le labbra. Mentre mi snocciola con orgoglio titubante le frasi in parte imparate a memoria, un punto interrogativo sempre sospeso nell’aria, lo sguardo mi corre alle sue mani che frenetiche giocherellano con la felpa sfrangiata. Curioso contrasto tra l’ordine della parte superiore del corpo, dove nemmeno un capello osa sfuggire dal velo, e i suoi pollici ribelli che bucano le maniche della felpa, ormai sfilacciate.

Della stessa classe fa parte Richard riccioli biondi, un altro esempio di questo frullato di culture che comincio ad amare così profondamente. Richard ha padre inglese e madre brasiliana, ma uno dei suoi nonni era russo, e un altro italiano. La sua irresistibile simpatia è accresciuta dalla sua abilità nel ricamare frasi in anglo-franco-italo-portoghese, lingua purtroppo conosciuta da lui solo. È ritornato dal viaggio a Firenze (lo scambio è stato ricambiato) con un vocabolario arricchito; in particolare si è appassionato ad una nuova parola, “chiacchierone”. Decide così di sfoggiare le sue nuove conoscenze, e di sorprendere l’insegnante accogliendola con una scritta speciale alla lavagna: “Buongiorno signora cacarona”. Forse un giorno gli rivelerò il motivo della mia improvvisa ilarità, e del perché io sia stata così rapida nel fargli correggere quella scritta.

Ed in un batter d’occhio, anche il secondo half term è passato in sordina… ed i primi ciliegi sono in fiore, riscaldati da un sole insolito per queste latitudini.

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