Nata nel 1917 a Debracen, la scrittrice ungherese sì è spenta il 20 novembre scorso nella sua casa di Budapest, mentre leggeva. Fino al 1958 il regime aveva proibito la pubblicazione delle sue opere. Tra i suoi romanzi più conosciuti, “L’altra Ester”, “La porta”, “La ballata di Iza”.

 La notizia della morte di Magda Szabò ci raggiunge in un giorno grigio di novembre e le nostre vite, il nostro mondo ci appaiono più poveri.

È bello sapere che, da qualche parte non troppo lontano da noi, in Europa, seduto al tavolo di un caffè o affondato in una poltrona, vicino ai suoi libri, c’è, vivo, un grande narratore: dà alla nostra contemporaneità omologata e seriale un tocco lussuoso, raffinato.

E Magda  Szabò era un grande narratore, un narratore potente, un costruttore di mondi; quello che è accaduto per  Macondo, per le colline ‘Ngong, per Bimini –  luoghi marginali, per noi  remoti, che sono divenuti parti inalienabili della nostra vita –  è accaduto per i viottoli pieni di neve e per la casa sulla diga che noi abbiamo conosciuto attraverso “La porta”  e “L’altra Ester”.

E forti e vitali sono anche Emerenc, il cane Viola, il padre di Ester che parla con le piante; Emerenc in particolare ha la statura del vero eroe epico, realistico nei gesti ed eccessivo, definitivo nei sentimenti e nelle ossessioni.

Lei, nerovestita e curva, spala instancabile la neve, cucina piatti dell’amicizia, lucida pavimenti, nutre animali, salva e nasconde esseri umani dalla follia della Storia; la sua energia femminile inesauribile sembra provenire direttamente dalla Grande Madre primordiale, e dietro di lei intravediamo le eroine delle tragedie classiche, le donne intagliate nell’ossidiana di Grazia Deledda.

In lei c’è anche qualcosa che molti di noi hanno incontrato nelle donne che mandano avanti la quotidianità delle nostre nazioni: quelle che puliscono le nostre case, che curano i nostri vecchi e magari hanno dentro dolori senza parole.

Magda Szabò sa parlare di umile quotidianità utilizzando echi dottissimi, una rete di riferimenti artistici e letterari che ci sono comuni: Virgilio, Tasso, Bruegel, la letteratura greca.

È stata marginale per quasi tutta la vita, nell’Ungheria di cui poco leggevamo, prima scomoda poi esaltata dal potere, a disagio forse in tutte e due le posizioni.

L’abbiamo conosciuta tardi e non nel migliore dei modi, ritradotta dal tedesco, e non sappiamo quanto abbiamo perso della sua vera voce, ma le siamo grati per la dedizione e la pazienza usate nel suo lavoro di scrittore, così insensato e irragionevole dal farle scatenare contro la rabbia della sua creatura, Emerenc:

“Lei crede che la vita duri in eterno, e anche che valga la pena che duri, e ci sia sempre qualcuno che cucina, pulisce, e un piatto pieno, e fogli di carta da scarabocchiare, e un padrone che la ami, e vivere qui con lui per l’eternità, come nelle fiabe, e non avere altri guai oltre alle cose cattive che i giornali possono scrivere sul suo conto, le quali sono sicuramente enormi infamie… ma come mai ha scelto un mestiere così abbietto che il primo bandito che passa può coprirla di fango?”.

La immaginiamo ora al caldo, seduta alla finestra, che carezza le orecchie di Viola, mentre una “notte virgiliana” scende sulla strada, al di là della finestra.

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