Un’immagine attuale di Don Chisciotte non pare rintracciabile, se non in forme impoverite e insignificanti. Ma se la ricerca non si interrompe e se chi l’intraprende è un’insegnante di italiano con due passioni: l’insegnamento e la letteratura, si potrà scoprire che proprio in classe, nel rapporto tra insegnante e allievi, si ripropone in forme nuove il mutuo scambio tra Alonso Chisciano e Sancio Panza.

 Sono riapparsi un po’ / dappertutto.

Cigolano / e macinano vane promesse.

(Nelo Risi, “Mulini a vento”) (1)


 Il terzo giorno di lezione avevo deciso di dedicarlo alla follia del personaggio creato da Cervantes e intendevo cercare assieme alla classe un’immagine o controfigura attuale di Don Chisciotte. Naturalmente alla domanda “quale potrebbe essere oggi una follia simile a quella del buon Alonso Chisciano”, nessuno rispose. E, dopo qualche secondo di silenzio, decisi di rispondermi da sola. D’altronde il problema del destinatario è al centro della riflessione estetica, almeno da quando l’arte ha fatto il suo ingresso nell’invisibile mondo del mercato. Devo poi ammettere che la domanda che avevo posto era di mio interesse: l’argomento aveva costituito una buona parte della mia ininterrotta, anche se nei fatti frammentaria, raccolta di idee. Alcuni spunti me li aveva offerti l’introduzione di Vittorio Bodini all’edizione Einaudi del “Don Chisciotte” in cui, paragonando il nostro presente ai primi del ’600, il traduttore afferma: «Forse nessuna età può capire meglio della nostra questo bisogno di vivere avventure riflesse, tolte a proposito a un mondo di fantasmi […]. Noi viviamo […] nella situazione di impasse dei tempi di Cervantes». (2) È allora facile pensare all’universo parallelo di Internet e alle possibilità che offre di vivere avventure, vicende sentimentali e buona parte di quanto concerne l’esistenza; oppure al grande spazio che la televisione sottrae alla vita privata di ogni giorno riproducendola sullo schermo (i tanti “reality” e versioni del “Grande fratello”). Però questi esempi possono riguardare soltanto alcuni aspetti della complessa follia di Alonso Chisciano, la sua confusione tra realtà e finzione e la precedenza di quest’ultima sulla vita. Così come Don Chisciotte, appena partito da casa con il suo magro ronzino e un’armatura rattoppata, si vede già famoso eroe di romanzo e si ritrova a declamare, nello stile più eroico ed elevato, il principio del suo viaggio avventuroso (3), similmente accade oggi ai ragazzi di parlare e muoversi come davanti ad una telecamera, riproducendo atteggiamenti e discorsi di attori ammirati sullo schermo. Un’altra situazione che potremmo avvicinare a Don Chisciotte che, celebrandosi, arriva ad evocare il proprio cronista o biografo, è quella di giovani che, mentre giocano una partita tra amici, ne fanno la telecronaca, come tante volte l’hanno ascoltata alla tv. O, ancora, possiamo richiamare alla mente il flusso di pensieri allarmati e di paure che può coglierci in momenti critici, mentre, soli, stiamo svolgendo un’azione che potrebbe risultare pericolosa: allora tutto quanto abbiamo ascoltato dai notiziari o letto, anche di sfuggita, nella cronaca nera, torna evocato da qualche particolare e si risolve in un racconto della propria morte (un incidente automobilistico o domestico, un agguato alle spalle mentre stava aprendo la porta di casa…).

I romanzi di cavalleria al tempo di Cervantes avevano una diffusione tanto vasta da occupare l’immaginario non solo delle persone di una certa cultura e classe sociale (come il nobiluomo Alonso Chisciano, il “curato” e il “barbiere”), ma anche di personaggi di estrazione popolare come l’oste e sua figlia Maritornes.

Se cercassimo nei nostri giorni un mondo di finzione condivisibile sia con il barista e la cameriera che con il proprio insegnante di italiano, dovremmo rivolgerci ad una fiction, ad una trasmissione televisiva, ad un film, o al limite ad un best seller. Ciò che palesemente manca a queste evasioni contemporanee rispetto a quello che poteva rappresentare l’immaginario cavalleresco nel ’500-’600, è l’essere veicolo di valori di una civiltà trascorsa. Le fantasie che ci affollano, in maniera più o meno consapevole, sono enormemente più povere di quelle che offuscarono e illuminarono la mente del buon Chisciano.

Oggi è piuttosto comune ritrovarsi nella situazione dell’idalgo di campagna: difficoltà economiche e impossibilità di agire secondo le proprie capacità. Da una parte l’insoddisfazione, dall’altra una realtà impermeabile ai propri sogni. La via d’uscita che individua Chisciano diverge dal reale, dalla società e dalle condizioni storiche del suo tempo, coincide con la follia.

Un odierno Don Chisciotte dovrebbe appartenere al mondo televisivo o virtuale, perché il contenuto della sua immaginazione fosse condivisibile ad un vasto orizzonte di persone, come l’ideale cavalleresco ai tempi di Chisciano. Non compirebbe gesta o imprese di valore, sarebbe un povero demente, l’imitazione di qualcosa che già imita, in maniera misera e insignificante, la realtà. Non ci farebbe riflettere, non creerebbe un mondo altro, non aprirebbe gli orizzonti del nostro modo di vedere. Per quante figure odierne cercassimo di paragonare a Don Chisciotte, non ne troveremmo nessuna che ne contenga la complessità (anche per questa intrinseca difficoltà, probabilmente, nessuno degli studenti trovava una risposta alla domanda da cui ero partita).

Proviamo a pensare al cinema d’autore, e in particolare alla stagione dei grandi maestri degli anni ’50 e ’60; forse la passione per il cinema potrebbe alimentare la “follia” di un donchisciotte contemporaneo, anche perché il suo immaginario è già anacronistico e inattuale rispetto a quello del mondo virtuale e televisivo: dopo gli anni in cui è stato la forma principale di evasione, tanto da influenzare anche i modi espressivi della letteratura, da alcuni decenni sembra cedere al mondo virtuale e alle sue tecnologie, con le quali si sta contaminando.

“Arizona dream” di Emir Kusturica (4) è un film in cui tutti i personaggi, stravaganti ed eccentrici, sono portati dalla leggerezza di un sogno. Tra questi è forse Paul, l’aspirante attore cugino del protagonista, che più si avvicina, nella nostra ipotesi di attualizzazione, ad un donchisciotte reso folle dal cinema. La sua quotidianità è pervasa dall’illusione, tra citazioni e rimandi, in un continuo innesto tra il cinema e la propria esistenza. C’è una scena in particolare che ci rinvia al romanzo di Cervantes, quella del giovane che, seduto tra gli spettatori, ad un tratto si alza e inizia a recitare, accanto alle immagini proiettate sullo schermo. Come Don Chisciotte nell’episodio del teatrino delle marionette (5), Paul rompe la finzione con l’ingresso del proprio corpo sulla scena. Ma mentre Don Chisciotte irrompe nella rappresentazione scambiandola per il reale, il giovane opera una semplice sovrapposizione tra le proprie parole e gesti e quelli della pellicola, trasformando il cinema in teatro.

Ma “Arizona dream” può suggerirci un’altra via per trasferire Don Chisciotte dalle polverose strade della Mancia alle nostre autostrade. Il film è la storia di un difficile ingresso nel mondo adulto, come un incubo dal quale ci si risveglia trasformati: molto è andato perduto ma qualcosa di nuovo è stato acquistato, come è detto nella scena finale. In fondo, lo scontro più duro tra un universo di illusioni e la realtà concreta con i suoi imperativi, avviene proprio in questo difficile passaggio verso il territorio dei “grandi”, come li chiamano i bambini. Per essere come i “grandi” occorre lavorare, o essersi confrontati, in qualche modo, con le necessità della vita materiale. Chi ha terminato il ciclo di studi (universitari o scolastico), si è trovato di fronte a questo difficile passaggio. Quanti mulini a vento hanno smesso di ruotare le pale come giganti dalle lunghe braccia! Nei nostri anni dovrebbe tornare attuale un genere come quello del romanzo picaresco (forse alcune recenti opere di narrativa incentrate sul precariato e la cosiddetta “generazione dei mille euro al mese”, si sono in qualche modo mosse in questa direzione).

Il recinto di solitudine che preserva la follia di Don Chisciotte dalla realtà, come la distanza che “il dottor Vetrata”, protagonista dell’omonima “novella esemplare”, mantiene dagli altri per non mettere a repentaglio la sua fragile incolumità, non sono così diverse dalla separatezza in cui si rifugiano molti adolescenti, nel travagliato inizio di una nuova avventura che può essere condivisa soltanto con l’amico più fidato, con il fraterno e indispensabile Sancio.

Ma torniamo alla follia di Don Chisciotte, a quella sua particolare insania originata dalla letteratura e intrisa di alti propositi e ideali. Ricordiamo che la follia inizia proprio là dove un universo di sogni non è più condivisibile con un’altra persona; inizia con la solitudine e l’incomunicabilità. Proviamo a pensare agli insegnanti di italiano. Quante volte sperimentano quel tragico trovarsi su un molo, con le navi che si allontanano, oppure sopra un cavalcavia costruito per metà e rimasto a mezz’aria? Quante volte faticano per cercare un nuovo codice di comunicazione? Quante volte sono pronti a rinegoziare le proprie passioni con la quotidiana realtà?

La condizione sociale cui appartengono la maggior parte degli insegnanti non è diversa da quella di Don Chisciotte, nobiluomo di campagna impoverito, così come la frustrazione che li caratterizza, derivata dal continuo tentativo di vivere una passione che è sempre più tragicamente lontana dalla realtà. Secondo Vittorio Bodini, la formazione prettamente letteraria di Alonso Chisciano, unita all’inattività e all’ozio a cui lo relega il suo status sociale, si risolverebbero in un’«idolatria dell’azione» (6), in una smania di fare che lo porta a scontrarsi con la realtà: un percorso inverso a quello del contadino Sancio che, dalla quotidianità e concretezza della sua esperienza scopre, attraverso l’insegnamento e l’imitazione del suo padrone, il valore della riflessione, del linguaggio, della letteratura.

Don Chisciotte e Sancio, nel loro progressivo scambiarsi le parti e apprendere l’uno dall’altro, nella loro costante ricerca di un terreno comune sul quale incontrarsi, patteggiando le parole, il loro significato, accordandosi sulle decisioni e le svolte del cammino, sono forse l’immagine più luminosa del rapporto tra un insegnante e un allievo.

Può capitare oggi di imbattersi ancora in cavalieri che, protetti da un’armatura fantastica, per nulla preservati dagli scossoni del reale, affrontano ogni giorno eroiche battaglie nelle lande della scuola, perché per qualche via, per qualche istante, si possa stare insieme.

 Pensando di loro ti scrivo queste parole

oggi che dirci insieme è dire nessuna speranza

sbarrati da ogni saggezza sbarrati dalla storia

ormai più di passato che di futuro nutribili.


E chiamandoti a un futuro di penuria

io chiedo la tua insania perché la mia abbia forza

perché si possa dire che è una cosa reale

quella che due distinte persone vedono identica.


E tutto questo è ancora poco al confronto

del nulla di chi insegue un solitario ideale.

Essere umani può anche significare rassegnarsi.

Ma essere più umani è persistere a darsi.

 È con i versi di questa preghiera laica di Giovanni Giudici (7), che oggi parliamo di Don Chisciotte. 

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 NOTE AL TESTO


1)      N. Risi, “Dentro la sostanza”, Mondadori, Milano 1965, ora in “Di certe cose (poesie 1953-2005)”, Oscar Mondadori, Milano 2006.

2)      V. Bodini, “Introduzione” a M. de Cervantes, “Don Chisciotte della Mancia”, cit. p. XXIX.

3)      M. de Cervantes, “Don Chisciotte della Mancia”, a cura di C. Segre e di D. Moro Pini, trad. di F. Carlesi, Mondadori (I Meridiani Collezione), Milano 2006, I, 2, p. 28.

4)      “Arizona dream”, regia di Emir Kusturica, con Johnny Depp, Jerry Lewis, Faye Dunaway, Lili Taylor, Vincent Gallo, Paulina Porizkova, Michael J. Pollard, Polly Noonan, Francia, USA 1993.

5)      M. de Cervantes, op. cit., II, 26, vedi in partic. p. 817.

6)      V. Bodini, “!Introduzione” a M. de Cervantes, “Don Chisciotte della Mancia”, trad. e note di V. Bodini, con un saggio di E. Auerbach, illustrazioni di G. Dorè, Einaudi, Torino 1994, pp. XI-XXXIV, cit. p. XV.

7)       I versi citati sono le strofe conclusive di “Alcuni”, in “O Beatrice”, Mondadori, Milano 1972, ora in G. Giudici, “I versi della vita”, a cura di R. Zucco, con un saggio introduttivo di C. Ossola, cronologia a cura di C. Di Alesio, Mondadori (I Meridiani), Milano 2000.

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