Non ci sono domande stupide, ci sono solo risposte stupide. Secondo questo motto, attribuito al grande e perentorio Bertold Brecht, l’autore si muove a meandri nel paesaggio multiforme e ingarbugliato di quel porto di mare che oggi è la scuola malgrado essa il più delle volte si vorrebbe ancora piscinetta chiusa e ordinata lontana dalle onde dell’oceano aperto. Che ci faccio qui? si domanda l’alunno straniero appena approdato, impedito da una lingua che non conosce abbastanza, spaesato da pratiche e condotte solo per lui non scontate, messo sotto stress e alla prova da una sfida ancora oscura. Ma la stessa domanda si pone anche l’insegnante sensibile e critico perché l’irruzione di una diversità che eccede i margini preventivati, scombussola  la trama del suo disegno didattico ed educativo, lo rende naufrago a sua volta. Una situazione piena di dissonanze cognitive e di scompensi emotivi che – se i protagonisti sono in grado di mettersi in gioco – apre ad un percorso allo stesso tempo appassionante e faticoso, arricchente e insidioso. Zoletto percorre luoghi, situazioni, passaggi, impasse ricorrenti nella quotidianità scolastica e li interroga sui loro retroscena sistemici ed esistenziali, sui presupposti spesso nascosti e sui frequenti effetti collaterali cercando di indagarne lo sfondo istituzionale e le dinamiche relazionali. E’ un procedere insieme schietto e stupito tra le insidie dell’intercultura quando dai bei enunciati si passa alle fatiche della messa in opera. Non ci sono soluzioni ma utili e dignitose approssimazioni. Non c’è  metodo, approccio o strumento efficace in sé, ma il dialogo educativo funziona solo se tecnicamente attrezzato. Non c’è risposta specialistica ai bisogni, ma presa in carico condivisa da più professionalità. Non c’è risorsa e intervento che tenga se non si lascia spazio alle energie e motivazioni proprie dei soggetti in campo. Non c’è cammino se non lo si costruisce insieme, educatori, alunni, famiglie, cittadini.

Il libro è stimolante perché  alle tante domande fanno da sponda spunti e riflessioni che le accolgono, è intrigante perché apre alla complessità senza perdercisi dentro, è bello perché si muove dal vissuto di un insegnante e dalle sue peripezie irriducibili all’analisi e alle indicazioni della retta via.

Poi, da insegnanti disciplinari potremmo criticare certe ingenuità e leggerezze di fronte alle tante questioni “pesanti” che nel libro vengono appena sfiorate, ma che ci affliggono nell’esercizio delle nostre didattiche specifiche (come i nuclei fondanti e gli obiettivi minimi, le abilità e competenze disciplinari e trasversali, la personalizzazione e diversificazione della proposta didattica, la valutazione e l’autovalutazione, per nominarne alcune) e in cui ci dibattiamo in modo particolarmente problematico di fronte agli alunni “divergenti”. Forse anche perché l’autore partendo dalla sua esperienza di insegnamento ad adulti presso un CTP ha in mente più l’obiettivo di una cittadinanza attiva e competente che non i saperi inevitabilmente settoriali delle nostre materie scolastiche. Ma credo che letture come questa siano un ottimo humus per affrontare meglio e con più ampio respiro anche tali  aspetti all’apparenza più tecnico-specialistici che però alla fine ci riconducono anch’essi alla domanda iniziale del senso del nostro agire: Che ci faccio qui? Buona lettura.

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