Nessuna travolgente novità, nelle parole di Einaudi; e anzi, il sapore rassicurante di un piccolo mondo ordinato, che traspare anche nell’uso di tanti termini – i fattorini, gli scapaccioni, i poltroni… Del resto si tratta di note destinate alla divulgazione popolare, nate nella contingenza della fuga in Svizzera, nel 1944. Eppure è proprio questa quieta ragionevolezza a dar forza a un’idea semplice ed essenziale: “È un errore grave credere che sia dannoso mettere tanta gente allo studio”. (Titoli e paragrafi sono delle Voci; e in fondo al testo, un’altra breve proposta einaudiana)

Luigi Einaudi, Lezioni di politica sociale, Torino, Einaudi, 1967 [1964], pp. 51-54

gli anni migliori della vita
(…) Fattorini di banca, commessi di bottega, non quelli anziani, sperimentati, di fiducia, che tengono il negozio, ma quelli giovani, che fanno le corse, i ragazzi degli ascensori degli alberghi che aprono le porte, i portapacchi capaci di correre in bicicletta, sono spesso pagati poco e male. Pigliano dei gran scapaccioni, ma denari pochi. Passano così gli anni migliori della vita e dopo il servizio militare, se la caserma non li ha migliorati, non son più buoni a fare le corse e debbono adattarsi ad ogni sorta di mestiere. Mestieri qualunque che tutti son buoni a sbrigare, che non richiedono grande istruzione, lungo tirocinio e sono i peggio pagati di tutti. Eppure, se non avessero dovuto cominciare a quindici anni a fare il ragazzino delle corse, anche costoro avrebbero potuto imparare a fare qualche buon mestiere, con maggiori esigenze di tirocinio e di istruzione, ma in compenso più sicuro e meglio pagato.

seguitare a studiare
La spiegazione è sempre la stessa: i genitori erano poveri ed avevano bisogno di mettere subito il ragazzo a lavorare. Ed i ragazzi, si sa, corrono volentieri in bicicletta e si pavoneggiano ad aprire porte di ascensori in una bella divisa con i bottoni luccicanti; tanto più se in giunta hanno qualche soldo in tasca ed acchiappano mance. Poi da vecchi la spurgano. Non sempre la spiegazione è buona; ché i genitori talvolta non erano tanto poveri quanto ubriaconi o noncuranti dei figli ed incapaci a indirizzarli. Comunque sia, c’è qualcosa che non va nella educazione di tanti ragazzi e di tante ragazze e nei salari che in conseguenza si formano sul mercato. Supponete che invece di essere costretti o invogliati a lavorare troppo presto, quei ragazzi avessero potuto seguitare a studiare; a frequentare una scuola tecnica o industriale o magari il ginnasio, a seconda della inclinazione. Supponiamo che tutti i giovani volenterosi possano studiare sino a che il loro desiderio di apprendere sia soddisfatto; che senza incoraggiare i poltroni desiderosi soltanto di scaldare i banchi della scuola, si offrano a tutti coloro che lo desiderassero e che dimostrassero, studiando sul serio, di essere meritevoli dell’aiuto loro offerto, modeste sufficienti borse di studio; forse che sul mercato del lavoro non si sarebbero, giunti a diciotto, a venti, venticinque anni, presentati in qualità di tecnici capaci di disegnare e dirigere macchine, chimici periti in uno stabilimento, contabili pratici di tener conti, contadini capaci di potare frutta, periti di orticoltura, di floricoltura, di incroci di bestiame e di volatili ecc. ecc., gente insomma capace di contribuire all’incremento della produzione e di meritare salari assai migliori di quelli a cui può aspirare un pover uomo che non è in grado di fare le corse e di portare pacchi, ma sa fare solo cose che tutti sono buoni a fare? (…) Chi esclude che qualcuno di questi ragazzi, avendo la possibilità di studiare, non faccia qualche scoperta grande?

il male non sta nella troppa istruzione
(…) bisogna riconoscere che talvolta le difficoltà per i poveri sono così grandi che nessun volere è potere le può vincere. Ecco perciò come un cattivo o un buon sistema di educazione, come la possibilità offerta a taluni soltanto od a tutti di seguire i diversi stadi d’istruzione, dalla elementare alla media ed alla superiore universitaria, possa influire sulla vita economica, sulla formazione dei prezzi e dei salari e degli stipendi e dei profitti, possa rallentare o stimolare la produzione della ricchezza. Durante il secolo scorso e quello presente si sono, ricordiamolo per non incorrere nell’errore di credere che in passato non si sia fatto nulla, compiuti enormi progressi in materia di istruzione. Dal giorno in cui quasi tutti in Italia erano analfabeti ad oggi in cui l’analfabetismo è un’eccezione, si son fatti dei gran bei passi avanti. Appunto i progressi compiuti ci persuadono di quelli ugualmente imponenti che si debbono ancora fare. È un errore grave credere che sia dannoso mettere tanta gente allo studio. Non ce ne sarà mai troppa, fino a che tra i sei ed i venti-venticinque anni ci sarà qualcuno il quale non abbia avuto l’opportunità di studiare quanto voleva e poteva. Il male non sta nella troppa istruzione, come non sta nel produrre troppa roba. Di roba non ce n’è mai troppa al mondo. Quel che occorre è che non ve ne sia troppa di un genere e troppo poca di un altro. Parimenti, in fatto di educazione, il danno non è che ci sia troppa gente istruita, ma che ci siano troppi avvocati e troppo pochi medici o viceversa; troppi disegnatori e troppo pochi contabili o viceversa; troppi contadini che coltivano cereali e troppo pochi che piantino patate e viceversa; e così via.

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Nel riprendere questa pagina, le Voci si imbattono anche in un vecchio articolo di Einaudi sulla scuola: si tratta d‘altro, ma è difficile resistere alla tentazione di riproporlo – non fosse che per ristorarsi, nei momenti di sconfortata stanchezza…

A me sembra che 18 ore di lezione alla settimana sia il massimo che possa fare un insegnante, il quale voglia far scuola sul serio, e quindi prepararsi alla lezione e correggere i compiti coscienziosamente ed attendere ai gabinetti di fisica o chimica; il quale, sopratutto, voglia studiare. Se il legislatore voleva davvero provvedere al bene della scuola doveva aumentare gli stipendi, come fece; ma insieme vietare in modo assoluto agli insegnanti di far lezione oltre le 18 ore settimanali in istituti sì pubblici che privati; non solo, ma doveva proibire assolutamente di dare ripetizioni private a scolari propri o altrui. Meglio costringere all’ozio assoluto l’insegnante protervo nel non voler prendere un libro in mano, che costringerlo o permettergli di sfibrarsi in un lavoro di vociferazione, che può essere giudicato leggero solo da chi non ha l’abitudine dell’insegnamento.

(Luigi Einaudi, Scuola educativa o caleidoscopio?, in Id., Il buongoverno. Saggi di economia e politica (1897-1954), Bari, Laterza, 1954, p. 536; già in “Corriere della sera”, 18 maggio 1913).

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