Il valore dell’educazione e la crisi dell’istruzione nella società moderna: sono i temi di riflessione proposti, in questo brano, a tutti coloro che considerano la formazione delle nuove generazioni come una responsabilità fondamentale.

Hannah Arendt, La crisi dell’istruzione in Tra passato e futuro, Milano, Garzanti, 2001 [1961, 1970], traduzione di T. Gargiulo, pp. 242-255

Una crisi della scuola sarebbe sempre preoccupante, anche se non riflettesse, come nel caso nostro, una crisi e uno squilibrio più generali della società moderna. Infatti l’istruzione è una delle attività più elementari e necessarie della società, la quale non rimane mai com’è, anzi si rinnova di continuo con le nascite, con l’arrivo di nuovi esseri umani. Questi nuovi arrivati, a loro volta, non sono già perfetti, bensì in divenire. Così il bambino, l’oggetto dell’educazione, rispetto all’educatore presenta due aspetti: è nuovo in un mondo che gli è estraneo, ed è in corso di formazione; è un uomo nuovo ed è un uomo in divenire.
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Il bambino condivide la condizione del divenire con tutte le cose viventi; rispetto alla vita e ai processi del suo sviluppo, è un uomo in divenire, così come un cucciolo è un cane in divenire. Invece il bambino è nuovo solo in rapporto ad un mondo preesistente, che continuerà ad esistere dopo la sua morte, e nel quale egli trascorrerà la propria vita. Se ogni bambino non fosse un nuovo arrivato in questo mondo degli uomini, ma solo una creatura vivente non ancora completa, l’istruzione sarebbe una semplice funzione della vita e dovrebbe consistere nella sola cura per la conservazione dell’esistenza fisica, oltre a quel tirocinio e quella pratica del vivere che tutti gli animali impartiscono ai propri cuccioli.
I genitori umani, invece, non si limitano a chiamare i figli alla vita, facendoli nascere, ma allo stesso tempo li introducono nel mondo. Con l’educazione si assumono la responsabilità nei due ambiti, a livello dell’esistenza e della crescita del bambino e a livello della continuazione del mondo.
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Di solito è la scuola a introdurre per prima il bambino nel mondo. Ora, la scuola non è affatto il mondo e non deve pretendere di esserlo; è semmai l’istituzione che abbiamo inserito tra l’ambito privato, domestico, e il mondo, con lo scopo di permettere il passaggio dalla famiglia alla società. La frequenza scolastica non è richiesta dalla famiglia ma dallo Stato, ossia dal modo pubblico; quindi, rispetto al bambino, la scuola rappresenta il mondo anche senza esserlo di fatto. In questa fase dell’educazione sono ancora una volta gli adulti, senza dubbio, ad assumere una responsabilità verso il fanciullo; ormai però non si tratta più tanto di rispondere del benessere vitale di una cosa che cresce, quanto di quello che chiamiamo stimolare il libero sviluppo di qualità e talenti peculiari. È questa l’unicità che distingue ciascun essere umano da tutti gli altri, in virtù della quale l’uomo non è solo uno straniero nel mondo, ma qualcosa che non c’è mai stato prima d’ora.
Poiché il bambino non conosce ancora il mondo, deve esservi introdotto un poco alla volta; e poiché è una cosa nuova, occorre far sì che essa giunga a maturità rispetto al mondo qual è. Comunque, qui gli educatori rappresentano di fronte al giovane un mondo del quale devono dichiararsi responsabili anche se non l’hanno fatto loro, e anche se, in segreto o apertamente, lo desiderassero diverso. Questa responsabilità non è imposta d’arbitrio agli educatori: è implicita nel fatto che gli adulti introducono i giovani in un mondo che cambia di continuo. Chi rifiuta di assumersi la responsabilità in solido, non dovrebbe aver figli né costituirsi parte attiva nell’educare i giovani.
Nell’educazione l’assumersi la responsabilità del mondo si esprime nell’autorità. Autorità dell’educatore e qualifica dell’insegnante non sono la stessa cosa. L’autorità esige una certa qualifica, ma anche le qualifiche migliori non possono di per sé generare autorità. L’insegnante si qualifica per conoscere il mondo e per essere in grado di istruire altri in proposito, mentre è autorevole in quanto, di quel mondo, si assume la responsabilità. Di fronte al fanciullo è una sorta di rappresentante di tutti i cittadini adulti della terra, che indica i particolari dicendo: ecco il nostro mondo.
Sappiamo bene quale sia oggi la situazione dell’autorità. Qualunque sia la nostra posizione rispetto al problema, resta pacifico che nella vita pubblica e politica l’autorità o non ha nessuna parte (infatti la violenza e il terrore dei paesi totalitari non hanno nulla in comune con l’autorità) o, al massimo, svolge una funzione molto discussa.
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E l’uomo del nostro secolo non poteva trovare altro modo più chiaro di esprimere il proprio scontento rispetto al mondo, il proprio disgusto di fronte alle cose come sono, del rifiuto di assumersi la responsabilità di tutto questo di fronte ai figli. Quasi che ogni giorno i genitori dicessero: “In questo mondo anche noi non ci sentiamo a casa nostra: anche per noi è un mistero come si debba muovere, che cosa si debba sapere, quali talenti possedere. Dovete cercare di arrangiarvi alla meglio, e in ogni modo non siete autorizzati a chiederci conto di nulla. Siamo innocenti, ci laviamo le mani di voi”.
[….]
L’educazione deve essere conservatrice proprio per amore di quanto c’è di nuovo e rivoluzionario in ogni bambino: deve custodire la novità e introdurla come cosa nuova in un mondo vecchio, che per quanto possa comportarsi da rivoluzionario, di fronte alla generazione che sopraggiunge è sempre sorpassato e prossimo alla distruzione.
Oggi, il vero problema dell’educazione sta nell’estrema difficoltà […] di realizzare quel minimo di conservazione, quella situazione conservatrice assolutamente indispensabile per “educare” i giovani. Si tratta di una difficoltà pienamente giustificata. La crisi dell’autorità che educa ha un nesso strettissimo con la crisi della tradizione, ossia del nostro modo di considerare il passato. Sotto questo aspetto la crisi pesa soprattutto sull’educatore, il quale ha il preciso compito di mediare tra il nuovo e il vecchio, per cui il massimo rispetto del passato viene richiesto dalla sua stessa professione.
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L’educazione è il momento che decide se noi amiamo abbastanza il mondo da assumerci la responsabilità di salvarlo così dalla rovina, che è inevitabile senza il rinnovamento, senza l’arrivo di esseri nuovi, di giovani. Nell’educazione si decide anche se noi amiamo tanto i nostri figli da non estrometterli dal nostro mondo lasciandoli in balia di se stessi, tanto da non strappargli di mano la loro occasione d’intraprendere qualcosa di nuovo, qualcosa d’imprevedibile per noi; e preparali invece al compito di rinnovare un mondo che sarà comune a tutti.

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