Voci del verbo insegnare

Zoran Music, Estreme figure

Venezia, Palazzo Franchetti fino al 7 marzo 2010

Maria Teresa Martini

(febbraio 2010)


 “Ho bisogno di questa solitudine, del silenzio, di restare immobile in questa natura, in mezzo a questo orizzonte immenso – ho bisogno di restare così sia sul Carso, sia in montagna, di sentirmi tutt’uno con questo paesaggio.

In fondo ciò che è davanti a me non è una cosa nuova, è simile, se non identico a quello che ho portato con me, quello che è con me da sempre, forse fin dall’infanzia, e che però ogni tanto sbiadisce, minaccia di andarsene e in quel momento ho bisogno di un nuovo impulso, di un aiuto, di un nuovo “vedere” per farlo uscire rinforzato e fresco.

Così – guardando – passa il tempo, anche delle ore, comincio a vivere questa natura e mi sembra di far parte di questo universo. Pian piano tutto comincia a muoversi intorno a me. In questo silenzio cominciano a succedere tante cose, cose piccole, forse poco importanti, che per me sono però essenziali per potermi mettere a disegnare: disegno e osservo cosa succede attorno; mi sembra quasi che non sono qui per lavorare ma per meravigliarmi di questa piccola vita che mi circonda. Tutto questo crea un ambiente indispensabile, uno stato di benessere che spesso si avvicina all’euforia – questa sensazione di felicità dovrà durare anche più tardi nello studio per continuare nella pittura dopo quei disegni.

Sto quindi lì seduto su un sasso, immobile e tutto pian piano diventa vivo: un porcospino si azzarda a uscire di sotto…un’allodola che ha cantato, montando verso il cielo,

Si lancia a picco e si appoggia sul sasso vicino, e la farfalla che si è aggrappata alla matita, non vuole andarsene. Il tempo passa ed io ho l’impressione di vedermi come nello specchio in questo paesaggio – mi rimanda la voce e il mio disegno è come l’eco di quello che io ho proiettato contro queste rocce.

È importante per me questa vita. Tutto si muove in silenzio, mi sembra perfino di sentir crescere l’erba e non mi accorgo neanche che mi sono lasciato andare a sognare.”.

                                                                     Venezia, luglio 1979

Quanti riverberi nei libri di Rigoni Stern, De Luca e Pahor!

Venezia rende omaggio a Zoran Antonio Music (Gorizia 1909 – Venezia 2005) con un’importante mostra volta a celebrare il centenario della nascita dell’artista. Una significativa voce del Novecento europeo. Viandante mitteleuropeo, sempre in cammino in diversi territori dello spirito e diverse aree europee, Zoran Music è nato a Gorizia, ancora cittadina dell’impero austro-ungarico, crocevia di razze, culture e idiomi.; vive gli anni dell’infanzia in Dalmazia e poi da profugo in Stiria e Corinzia; seguono l’Accademia a Zagabria, soggiorni a Praga, in Francia, in Spagna sulle tracce di Goya, esposizioni nella Trieste post-imperiale, (dove incontra la pittrice Ida Cadorin, sua futura moglie), e poi a Venezia. Dopo la terribile esperienza di deportazione a Dachau ritorna a Venezia nel 1946, dove vivrà, dal 1951 in alternanza con Parigi, fino alla morte, avvenuta nel maggio 2005.

Il percorso della mostra è concepito come un “viatico” che richiama la natura errante di Zoran Music e la sua esperienza peregrina tra l’est e l’ovest dell’Europa. L’esposizione si articola in otto nuclei tematici, “zone d’intensità” che cadenzano l’evoluzione poetica dell’artista.

 

 

Origini (1935-1949)

Si trovano qui i Motivi Dalmati, le prime opere di Music, quando viveva nell’isola di Curzola e assisteva quotidianamente alle “migrazioni” di donne vestite di nero sul dorso di asinelli che andavano e tornavano dal mercato o piccoli paesaggi del carso. Asini o cavalli appoggiano appena sottilissime zampette su strati di terre crude. A due a due allontanano lenti, silenziosi; rarefatti in luce intimissima. Sono asinelli che a tratti sembrano fare branco poi mutano direzione e scompaiono.

 

Il Viandante (metà anni ’90)

Zoran se ne intende di attraversamenti di confine: Stiria e Carinzia nell’infanzia, terre dalmate, carsiche, ventilazioni triestine, Vienna post imperiale, impressioni praghesi. Condensa e incorpora il transito nella figura del Viandante, presente qui in più versioni. Nero trasparente, nero velato. Nero lutto. A descrivere la lenta migrazione dell’orso dalla Stiria, giù in zone di confine. Con Ismail Kadarè, cantore degli altopiani aridi d’Albania.  alla ricerca del limite ultimo di uno spazio, di un territorio, con i profeti a meditare presagi, anticipa le migrazioni attuali, nelle quali  ciascun singolo sembra disorientarsi.

 

Venezia, ancora

 “Ho cercato di trasmettere il profondo silenzio, l’atmosfera e la grandiosità dello spazio”

Una Venezia spazzata dai venti, erosa dall’intemperie: antiromantica fino all’estinzione dei contorni , linea di fogli tracciati da un nero carbone.

Figure grigie

Sistemate su cavalletti da studio, le Figure Grigie”costituiscono il fulcro nel processo che porta alla fine del corpo. Sono autoritratti su cui calano colate in grigio lavico, i tratti somatici si trasformano in estreme figure di fortissima intensità. Una tonalità grigia che instaura nuovi rapporti di forza all’interno della figura: stessa. Un grigio che vibra, ma è grigio lavico grigio-Carso. grigio incompiuto, ove galleggiano, lunghe braccia arrese, grandi mani che appoggiano alla tempia o si intrecciano sotto il mento, occhio vigili quasi rapaci, volti.

 

Spazio intenso (anni ’90)

Zoran assiste al progressivo cedimento del corpo e nelle ultime figure, gli autoritratti a figura piena degli anni Novanta, esprime il processo verso l’estinzione in perfetta solitudine. Fgure sedute, nude, assorte o semplicemente chine, le gambe accavallate, un piede nella mano. Avvolti da una spessa nebula di dolore e non più di stupore, profonda.

 

Sono dovuto tornare a Dachau (anni ’70).

Noi non siamo gli Ultimi. .Come in trance, mi attacco morbosamente a questi fogli di carta accecato dall’allucinante morbosità di questi campi di cadaveri ... irresistibile necessità ....per non farmi sfuggire questa grandiosa e tragica bellezza”.

In prigionia aveva tracciato i primi disegni, solo trenta anni dopo il ritorno li trasforma in opere sistematiche. Tutte conducono tra l’angoscia alla domanda” perché’? Come è stato possibile? E si risponde, ”non ultimi”  e ricorda le larve di San Saba e gli scheletri di Dachau immobili, accatastati uno sopra l’altro, messaggi premonitori, emblemi di una condanna sempre possibile, di un rischio sempre rinnovabile.

.Music ha disegnato le vittime dell’Olocausto e dopo trent’anni afferma ”ancora oggi mi accompagnano gli occhi dei moribondi come centinaia di scintille pungenti che mi seguivano mentre mi percorrevo strada, scavalcandoli. Occhi luccicanti che in silenzio chiedevano aiuto a uno che poteva ancora camminare”

 

Variazioni in Ida e Autoritratto

Music si ritrae da sempre. I colori sono quelli del deserto, pochissimi. Indizio di un’attitudine interiore: ”(…) Ho iniziato ad usarli quando ho creduto di incontrare me stesso: vorrei che mostrassero ciò che è sotto la mia pelle. Vorrei che avessero forza e una tensione che non è solo di superficie”.

“È ciò che io ho dentro, e che ho cercato di tirare fuori, magari con severità (…) dipingo solo autoritratti e non faccio ritratti di altri perché non li conosco”. Vado verso il deserto e la sua essenzialità” dice. Qualcuno l’ha raccontato come un ossessivo cammino di mineralizzazione della figura…”

La moglie Ida è l’unico essere umano a comparire sulle tele oltre a se stesso.

 

Doppio ritratto (1983–2001)

Le due figure, disegno per disegno, tentano, e temono, un avvicinamento. Lei emerge chiara dall’oscuro, lui sprofonda nella tenebra proteso solo a cercare di fermarne l’immagine.

 

A chi gli domandava cosa ci fosse al di là della superficie delle sue tele  Music rivelava: “Oltre c’è il profondo. Il luogo dove non si spiegano le cose, una specie di nebbia dov’è difficile muoversi”.

www.zoranmusic.it

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