La scuola non gode di buona stampa, e questo lo sappiamo. E però fa impressione leggere certi articoli apparsi in questi giorni – uno dopo l’altro, come a solennizzare a modo loro l’inizio d’anno.
Proviamo a mettere in fila alcuni brani di questi articoli, con pochi commenti e nessuna supponenza. Anzi, con l’umiltà di chi vuole ascoltare e capire. Se proprio dobbiamo estinguerci, farlo almeno con una certa grazia…
“La scuola, e non solo quella italiana, lascia a desiderare: i docenti inadeguati, i compagni bulli, le mille difficoltà pratiche. E se i ragazzi sarebbero anche disposti ad abbozzare, i genitori no. Al punto che, i loro figli, a scuola non ce li vogliono proprio mandare. Li ritirano, e li educano a casa.
Questa realtà, per alcuni inquietante, per altri liberatoria, si chiama ‘homeschooling’. (…)
Oltre alle cifre [almeno un milione di persone negli USA, in continuo aumento], sono interessanti le parole dei genitori ‘ribelli’. Domanda: perché ha ritirato suo figlio da scuola? Risposta di una madre: ‘Gli era stato diagnosticato un deficit dell’attenzione. Era una tortura: mi convocavano a scuola un paio di volte la settimana e mi rovesciavano addosso una montagna di rimproveri per i problemi che mio figlio causava in classe. Da quando mi sono licenziata, e gli insegno io, sono giunta alla conclusione che è un ragazzo meraviglioso, intellettualmente molto curioso.’ Altra risposta: ‘Mio figlio tornava a casa alle due, e doveva dedicare tutto il pomeriggio a una valanga di compiti totalmente stupidi.’ (…)
La fede religiosa, il desiderio di far crescere i propri figli in un ambiente sessualmente e moralmente protetto è (…) la molla che sta all’origine della scelta. (…)
Ma il cuore del problema è un altro. La scuola è un dinosauro che si ostina a non estinguersi o, per usare le parole di David Hargreaves, docente di Pedagogia all’Università di Cambridge: ‘è una realtà prodotta da una curiosa mescolanza: un po’ di fabbrica, di manicomio e un po’ di prigione.’
(Claudio Castellani, Io studio da solo, in “D. la Repubblica delle Donne”, 17 settembre 2005, pp. 59-62).
Dal registro cronachistico del giornalista, ai toni dell’invettiva indignata – i toni che ben si addicono alla penna di uno scrittore e sceneggiatore di successo.
“Gli italiani non amano la loro scuola. Se si escludono le (a volte) ottime scuole elementari, il nostro sistema scolastico non solo non raggiunge la sufficienza, nella nostra opinione, ma neppure i livello minimo delle cose serie. Quello che ho visto nella mia non breve vita, al di là di ogni superficiale pseudoriforma, è l’allegra paccottiglia di sempre. I professori del liceo di mio figlio, e quelli capitati a figli di molti miei amici, non sanno insegnare; o meglio, la maggioranza di loro non ha niente da insegnare perché NON sa, semplicemente. Vorrei mostrarvi i loro appunti di filosofia: banali riassuntini scritti e presentati da persone che non hanno mai letto un filosofo. O quelli di storia (…). Aggiungiamo la professoressa di italiano, che riesce a rendere noiosa come la morte la più bella pagina di Calvino.
(…) Pochi anni fa ho avuto modo di incontrare gli insegnanti di italiano di una intera provincia (a caccia di preziosi punti): nessuno di loro aveva letto Svevo. Ecco un piccolo tema apparentemente marginale: questa montagna di ore dedicate alla letteratura e alla lingua italiana. Quelle ore hanno prodotto il popolo più ignorante del mondo occidentale, il popolo che legge di meno e che meno conosce la sua storia..”
(Claudio Piersanti, E la scuola, per esempio?, in “la Rivista dei libri”, settembre 2005, pp. 26-27).
Rinnoviamo l’invito all’umiltà.
Sarebbe troppo facile ironizzare sulla superficialità di tante sentenze, sulle generalizzazioni indebite – e sulla sindrome del tassista: come certi corrispondenti straniere imbastiscono le loro cronache sulla base di quanto sentono dal tassista che li conduce in albergo, così i nostri giornalisti non hanno attenzione che per il liceo dei loro figli (o, nello stesso articolo, per i colleghi del fratello…).
Eppure, qualcosa ci rode dentro: quegli appuntini banali, i libri non letti, la noia di certe lezioni; o magari la valanga di compiti più o meno stupidi? Mettiamola così: proprio nessun altro, accanto a chi scrive, si sente anche solo per un momento “chiamato in causa”?
Meglio chiudere con una nota leggera (ma poi non troppo).
“Dare a un bambino qualcosa da portarsi dietro è un modo come un altro per dirgli di tornare. Inculcargli un pensiero, una priorità: in altre parole, preoccuparlo. Infilare, nelle pieghe di quel gesto affettuoso, la prospettiva della delusione, nel caso non si mostrasse all’altezza del compito. Dare a un bambino un cartella con i libri di scuola è un modo per non togliergli mai la scuola di dosso. (…)
Personalmente, ho sempre considerato la norma che m’imponeva il trasporto a/r dei libri scolastici una sottomarca dell’obbligo di leva; e confesso pure il sospetto che sia quest’obbligo (strettamente connesso alla generale bruttezza dei libri di testo, delle loro scomodissime dimensioni e della loro grafica ministeriale soprattutto) una delle cause principali della disaffezione dei giovani alla lettura. (…) Proviamo a immaginare, la mattina presto, gruppi di ragazzini che vanno a scuola con le mani libere, contenti di andarci. Leggeri come se facessero filone. Chissà che non gli verrebbe da chiedersi se a scuola, a volte, non ci fosse addirittura una biblioteca.”
(Diego De Silva, Un avvenire pesante sopra le spalle, in “Giudizio universale”, settembre 2005, pp. 54-55. Ancora un narratore, e uno che se ne intende. Leggere per credere Certi bambini, Einaudi, 2001: bambini killer, e spacciatori imberbi, in un orizzonte dal quale manca la scuola; appunto - e che ciascuno interpreti l’“appunto” come meglio crede).
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