Voci del verbo insegnare

Un compito da vedere (decima sogliola)

Rita Chiappini

(maggio 2007)

I diari della sogliola giungono alla decima puntata e compiono un anno: un'occasione per Rita Chiappini di riflettere su questa dolce costrizione, e per chi legge di osservare il gioco senza fine delle relazioni scolastiche (mentre le Voci hanno imparato la lezione – "prof, si ricorda che per il prossimo numero ci aspettiamo una sogliola estiva?")


Maggio
Buoncompleanno!!!!
Le sogliole hanno compiuto un anno! È da aprile scorso che l’appuntamento con gli esangui pesci mi costringe a selezionare episodi, archiviare osservazioni e pensieri che altrimenti sarebbero andati perduti, finiti nel tritarifiuti della vita scolastica, sempre proiettata al domani, sempre affannata nell’emergenza, sospinta verso il mutamento continuo dalla necessità della relazione con gli adolescenti, gli esseri viventi più veloci, inafferrabili e multiformi del regno animale dopo i moscerini dell’uva.
Le sogliole sono diventate un riferimento fisso anche per i miei studenti che quando succede qualcosa di succoso o strano o bello esclamano: “prof questo va nelle sogliole!”, selezionando al posto mio.
A volte mi capita di preoccuparmi, l’appuntamento si avvicina e non ho ancora deciso di cosa scrivere, altre volte devo togliere, togliere, perché non si può raccontare tutto.
Mi capita di pensare che sarebbe bello continuare fino alla quinta e poi rileggere le prime per ritrovare i ragazzi appena entrati alle superiori (ruvidi, bambinoni, insicuri e aggressivi) e confrontarli con i diciannovenni più raffinati, riflessivi e sicuri di sé. (Si misurerebbero anche i posti vuoti, i prodotti che la fabbrica ha scartato, quelli che non hanno smussato gli angoli, quelli che non hanno trovato interesse, quelli entrati senza carte in regola.)
Vedremo. La scuola non è certo un luogo della conservazione: mentre il prodotto finito ti sta ancora abbracciando sulla porta i nuovi ragazzi già premono per entrare.

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3 aprile 2007
“Ah, prof. Mi doveva far vedere il compito di italiano!” Deborah mi apostrofa ancor prima che io appoggi le mie cose sulla cattedra; a testa bassa riconosco in me un moto di stizza, poi alzo gli occhi e vedo il suo sorriso che contrasta col tono aggressivo.
Mi siedo in fondo e la mando alla lavagna a scrivere la sua frase e poi altri modi in cui avrebbe potuto dire la stessa cosa; tutti partecipano, aggiungono possibilità.
1) “Ah, prof. Mi doveva far vedere il compito di italiano!”
2) “Prof. Mi potrebbe far vedere…”
3) “Prof. Mi fa vedere il compito…”
4) “Prof. Potrei vedere il compito…”
5) “Prof. Si ricorda che dovevo vedere…”.
Chiedo loro di mettere le frasi in ordine di aggressività decrescente, discutono un po’, in particolare non “sentono” la differenza tra l’indicativo e il condizionale… poi concordano su questo ordine: 1, 3, 4, 2, 5.
Ancora una volta Deborah aveva scelto la modalità più aggressiva senza saperlo… parliamo un attimo degli effetti comunicativo-relazionali di questo stile, tutti seguono e riflettono, conoscono già il terreno, lo abbiamo più volte affrontato in questi due anni.
Deborah sgrana gli occhi, scuote i ricci, dovrà stare ancora più attenta (eppure ha già fatto enormi progressi);… io penso alle riunioni coi colleghi nelle quali lei risulta sempre arrogante, sfrontata, maleducata, menefreghista.

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