Voci del verbo insegnare

Una cartolina dalla Cina

Giuseppe Bagni

(marzo 2007)

È probabile che molti di noi abbiamo “cartoline” mentali sulla Cina un po’ di maniera, un po’ a tinte fosche. Un insegnante che ha avuto l’occasione di recarvisi per stabilire relazioni fra la propria scuola e alcuni istituti di quel lontano paese, ci permette di cogliere alcuni tratti di quella realtà scolastica: il culto per l’armonia nelle sue molteplici forme, come pure le dissonanze e le contraddizioni, ma anche le esigenze di mutamento e di apertura.
Questo testo riprende, con pochissime modifiche, l'articolo già pubblicato in “Insegnare”, 1, 2007.


centenario

Alla scuola media e superiore Rui an Zhongxue siamo arrivati al sesto giorno di Cina. I primi cinque li abbiamo passati a Hangzhou, invitati dalla Xue Jun High School per il suo cinquantennio. La scuola di Rui An è anch’essa un istituto che accoglie alunni nella fascia d’età della nostra media e superiore, di una tipologia che potremmo far corrispondere ad un nostro istituto tecnico industriale, non ricca e sofisticata come la Xue Jun, ma di una qualità più intelligibile, forse per l’atmosfera di scuola che si respira molto più simile alla nostra.

La scuola è comunque bellissima. Circondata di colline, è composta di cinque o sei plessi che delimitano un parco con fiume. Su di esso si affaccia l’edificio con gli appartamenti degli alunni. In Cina quasi tutte le scuole medie e superiori hanno alunni residenti fino al sabato. Vengono dalle campagne e molti dei loro genitori sono all’estero.

Il parco è vastissimo e un intero suo lato è destinato alle strutture sportive, estremamente curate come d'altronde lo sono ovunque nelle scuole. La scuola ha appena celebrato i cento anni ed è tutta addobbata con striscioni orizzontali e verticali; innumerevoli questi ultimi che calano dal tetto degli edifici. Riportano i messaggi d’augurio delle scuole gemellate.

I colori degli striscioni sono accostati con cura, mai che due identici capitino accanto e la disposizione complessiva rispetta chiare regole di simmetria.

le scuole e l'ambiente
La Cina che si vede nelle scuole ha una sorta di culto per l’armonia, come se la bellezza fosse sempre il risultato di un punto d’equilibrio.
Armonia nel rapporto con la natura, visto che le strutture scolastiche si arredano letteralmente inglobando elementi dell’ambiente, oppure progettandoli appositamente. Ma la natura non è solo un bel fondale: ci sono molte attività finalizzate a stimolare una consapevolezza ambientale nei bambini che non mi pare essere patrimonio degli adulti.

Accanto al museo della scuola ci hanno mostrato con orgoglio un albero secolare cresciuto sopra un masso enorme. Le radici erano tutte fuori terra, cresciute sopra il masso come ad abbracciare per superarne l’ostacolo e raggiungere la terra. Sotto l’albero hanno costruito un punto di sosta per i ragazzi con tavoli sedie e panchine. Bellissimo.

Nella elementare di Rui An, invece, i bambini ci hanno fatto visitare l’orto botanico e la serra che coltivano personalmente. Abbiamo percorso con loro il viale con le statue degli animali che corrispondono agli anni cinesi, fermandoci sulle panchine. Sono veri e propri esempi di arte ambientale. Lo stessa vivibilità della natura l’avevamo vista nelle case storiche che abbiamo visitato con le stanze che racchiudono uno spazio aperto, a volte uno stagno con al centro un’isoletta attrezzata per sedersi a leggere e scrivere. Non solo luoghi da attraversare, quindi, ma anche da vivere.

Armonia nell’educazione, con l’educazione musicale, danza e pittura estese a tutti gli alunni, qualunque sia il tipo di scuola che frequentano.

Qui alla Rui an Zhongxue, ad esempio, dopo aver visitato il laboratorio di elettronica ci siamo trovati di fronte ad una piccola sala di musica con tre alunne che provano al pianoforte. Perfino nell’istituto alberghiero di Wenzhou, pur più caotico degli altri – come si confà ai professionali di tutto il mondo, evidentemente –, nei corridoi sono appesi i quadri degli alunni, compreso quelli dei futuri cuochi.

Bellissima la leggenda che mi hanno raccontato visitando il cenacolo della scrittura di Hangzhou. Al limitare del boschetto di bambù si trova una pietra scura alta circa due metri con iscritto in bianco un ideogramma. La storia vuole che il maestro l’avesse fatto rifare col pennello al suo allievo mille volte senza mai dichiararsi soddisfatto del suo lavoro. L’ultima prova l’aveva giudicata ancora da rifare e annullata facendo con lo stesso pennello un punto bianco al piede. Il giovane era invece convinto di aver fatto un lavoro perfetto e volle farlo vedere ad un altro maestro più anziano. Questi gli disse che la scrittura era del tutto priva d’armonia, l’unica cosa che aveva fatto bene era il punto.

città

Tuttavia, il segno principale che si coglie in Cina è la capacità di andare avanti tra mille contraddizioni. Alla disciplina esasperata della scuola corrisponde il disordine impressionante delle città. Il traffico è senza regole: i cinesi che hanno sostituito la bicicletta con l’auto fanno con questa le stesse manovre che facevano con quella. Sono poche le norme di sicurezza – niente casco e cinture, fili della corrente che strisciano per terra – e anche quelle semplicemente igieniche hanno ancora molta strada da fare. Eppure sugli autobus che collegano le grandi città si viaggia come su un aereo, circondati da schermi televisivi.

Lungo le strade principali i negozi con belle vetrine si alternano ad altri di uno squallore impressionante, illuminati da lampade al neon e con la merce sistemata come in un magazzino. Tuttavia, in mezzo alla paccottiglia dei mercati è possibile comprare gli ultimi ritrovati dell’elettronica, spesso nemmeno ancora in vendita in Europa, a prezzi ridicoli.

L’inquinamento è altissimo – il giorno che siamo scesi a Shanghai, città di mare tra le meno inquinate, c’era nell’aria un odore come di tostatura – e non pare che ve ne sia molta consapevolezza nella popolazione, ma a Hangzhou si possono comprare solo motorini elettrici e in tutta la Cina per avere il permesso di possedere un’auto privata bisogna dimostrare che necessita per il lavoro.

Uscire dalle città anche solo per poche decine di chilometri è fare un viaggio nel tempo. Si ritrova la Cina del nostro immaginario, quella delle risaie e dei contadini col classico copricapo. Facce bruciate e corpi prosciugati dal sole. Due mondi che ancora convivono ma non senza tensioni.

Nelle scuole si vedono ragazze col parasole anche nei giorni di cielo coperto: come nell’Italia del primo dopoguerra l’abbronzatura non la vuole nessuno perché “fa contadino”.

una discussione

Il dogmatismo del pensiero politico configge con la crescita dell’autonomia scolastica. Mi resta letteralmente incomprensibile come possa coniugarsi il dibattito aperto e appassionato a cui ho partecipato sul ruolo dell’istruzione con il dispregio dei diritti umani e con la stessa realtà della scuola che ci ospitava, dove accanto all’ufficio del Preside c’è quello del rappresentante del Partito.

Quel dibattito è stato avvertito da tutti noi di una attualità sorprendente, considerando soprattutto il contesto estremamente diverso delle scuole cinesi. Nessuna enfasi sull’enorme sviluppo economico che sta vivendo il paese; anzi, la consapevolezza che esso può non aiutare quello culturale e pone problemi nuovi legati allo sviluppo diseguale di intere regioni.

Come dire che la Cina delle montagne è un problema per la Cina. In effetti, la popolazione abbandona le campagne per trasferirsi nelle città e ormai quelle di un milione di abitanti sono nella loro scala di medie dimensioni.

Lo sviluppo culturale richiede molto più tempo di quello economico. Il Preside che l’ha sottolineato ha proposto di porre al centro l’ambiente per avere insieme sviluppo economico e culturale.

cambiamenti

I professori cinesi sono coscienti delle grandi attese che il paese riversa sulla scuola. La Cina nuova si prepara nella scuola. Sono rari i professori e i quadri dell’amministrazione che parlano l’inglese mentre tutti gli studenti lo conoscono. Le norme d’igiene insegnate ai bambini sono quelle di un’altra Cina che ancora non è scesa in strada ma si sta preparando a uscire. È molto significativo che la voce di spesa per l’istruzione è al secondo posto, subito dopo la difesa.

Il giorno del Forum mi ero preparato a imparare qualcosa sulla scuola cinese e invece mi sono trovato coinvolto in una discussione che toccava tutti i temi del nostro dibattito, con un approccio ai problemi che utilizzava le stesse chiavi di lettura. Entrando più nel merito, è stato criticato l’eccesso di teoria rispetto all’operatività che la loro riforma del 2000 ha introdotto. Riduce la possibilità di intercettare i bambini delle fasce più deboli la cui scolarizzazione è sentita come il problema più grande. Nelle zone più arretrate del paese non si può curare l’élite. Può sembrare che rallenti lo sviluppo culturale del paese ma, dicono, non è così.

La cultura della scuola non è riducibile alle tecniche d’insegnamento. La cultura della scuola è ciò che fa di una scuola quella scuola. È qualcosa di più complesso del dare solo competenze. Implica anche altro. Dare correttezza morale, ad esempio. Sviluppare passioni intellettuali, ricordando che per crescere non bastano solo parole. Non vogliono più affidarsi a teorie rigide. Riflettono sul fatto che dopo aver tagliato con i testi del passato ora li stanno recuperando.

Era presente il preside di una delle scuole più antiche. Una di quelle che aveva resistito alla crisi dell’istruzione degli anni 60, quando il maoismo faceva chiudere le scuole. Il suo fondatore fu condannato perché criticava l’indottrinamento. Per lui la scuola non deve partire da concetti generali e astratti ma da domande del tipo: chi sei? dove sei? La sua scuola stimolava sempre domande, non era un puro luogo di trasmissione. Tutto il suo intervento è stato una critica durissima al dogmatismo.

Sono preoccupati della grande crescita dell’individualismo. Cercano un punto d’equilibrio tra il suo annullamento vissuto nel passato e questa spinta fortissima e totalmente nuova. Individui sì, ma parte di una società. Se prima l’identità era garantita dalla famiglia – chiamare solo per nome un cinese è quasi offenderlo: come dirgli figlio di nessuno – adesso è giusto costruirla nel soggetto, ma lasciandolo inserito in un contesto collettivo. Allora se la scuola riscopre e valorizza anche gli interessi le passioni i sentimenti individuali, e lo fa nella classe, questo potrebbe essere il modo per aver cura dell’individuo senza isolarlo. Viene sostenuto che il potere della classe nel “far muovere i singoli cervelli” è molto forte (Confucio diceva il successo di un ragazzo è il successo della sua classe; il successo della classe è il successo della scuola; quello della scuola è il successo dell’intero paese).

Stanno prendendo consapevolezza che ogni studente ha un modo diverso di imparare, un percorso differente, un futuro diverso. Hanno parlato di questo come di un “individualismo positivo”: mi ha colpito perché era la prima volta che lo sentivo aggettivare.

Un preside di un istituto di Shanghai affiliato ad una Università ha apertamente criticato il sistema nazionale di controllo dell’istruzione e salutato con soddisfazione la maggior libertà didattica conquistata dalle scuole con l’ultima riforma. Ha addirittura liquidato come fallimentare l’esperienza delle scuole superiori che preparavano gli studenti attraverso i test nazionali semestrali in tutte le discipline. Da quando la sua scuola ha smesso di somministrarli, ha detto, gli studenti passano con maggior facilità i test d’ingresso all’Università.

Come si vede, un insieme di temi e riflessioni non molto diversi da quelli occidentali.

Evidentemente la Cina delle scuole non è poi così lontana.

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