Raymond Carver, Tutti i racconti, Milano, Mondadori, 2005, traduzione di R. Duranti, pp. LXXXVII - 1350, € 49.
Un Meridiano, che raccoglie tutti i racconti di Carver e una scelta di saggi, intitolata "Saggi sullo scrivere" per comprendere le ragioni della sua scrittura, rappresenta un'ottima occasione per scoprire o rileggere quest'autore.
Un grande scrittore di racconti, un classico del Novecento, senza dubbio, ma non credo che a Carver piacerebbe molto questo modo di presentarlo perché ha, ormai, un sapore scontato. Piuttosto, lasciamo dire a lui in che cosa consiste "il mestiere di scrivere".
"In una poesia o in un racconto si possono descrivere cose e oggetti comuni usando un linguaggio comune ma preciso, e dotare questi oggetti - una sedia, le tendine di una finestra, una forchetta, un sasso, un orecchino - di un potere immenso, addirittura sbalorditivo. Si può scrivere una riga di dialogo apparentemente innocuo e far sì che provochi al lettore un brivido lungo la schiena… Questo è il tipo di scrittura che mi interessa più di ogni altra. Non sopporto cose scritte in maniera sciatta e confusa…" (p. 1140)
Una scrittura che, attraverso un tenace lavoro di bulino, è resa trasparente ed essenziale, ma che, forse proprio per questo, non ti consente di procedere tranquillamente e che ti costringe, quasi, a fermarti, incerto, perché senti che vi è qualcosa che devi scoprire ma che, ancora, è oscura.
Un modo attraverso il quale sono raffigurati, in contesti ordinari, limitati e statici, personaggi marginali che hanno perduto se stessi, osservati da Craver come se fossero sotto una lente di ingrandimento, che ne evidenzia anche i minimi gesti, normalmente invisibili, senza ostilità alcuna, anzi con umana adesione.
Una lingua che mette in rilievo, quasi enfatizza, oggetti di uso quotidiano, come l'aspirapolvere del racconto "Creditori", descritto nel suo aspetto e nelle sue funzioni in maniera dettagliata e asettica, in un'esibizione della cui inutilità vi è piena consapevolezza nei due protagonisti. Oppure che descrive animali in modo tali da renderli estranei e inquietanti: un pesce, conquistato dopo una lunga lotta da due ragazzini, appare "lungo almeno sessanta centimetri, stranamente macilento…, troppo magro per quanto era lungo, le strisce rosa lungo i fianchi quasi non si vedevano e aveva la pancia grigia e floscia invece che bianca e tesa come avrebbe dovuto essere" (p. 66)
"Ci deve essere della tensione, il senso che qualcosa sta per accadere, che certe cose si sono messe in moto e non si possono fermare, altrimenti, il più delle volte, la storia semplicemente non ci sarà. Quello che crea tensione in un racconto è, in parte, il modo in cui le parole vengono concretamente collegate per formare l'azione visibile della storia. Ma creano tensione anche le cose che vengono lasciate fuori, che sono implicite, il paesaggio che è appena sotto la superficie tranquilla (ma a volte rotta e agitata) delle cose." ( p. 1144)
Ed effettivamente lo scrittore crea questa tensione attraverso accenni, allusioni ad un significato che, però resta in ombra, o, addirittura, attraverso il silenzio sulle vicende o le ragioni che tormentano i personaggi, costringendoci ad affrontare il compito di capire il perché del loro disagio.
Carver è come il cieco che in "Cattedrale" insegna all'altro protagonista ad uscire da una visione stereotipata delle cose o, più propriamente, della vita.
"Tenevo gli occhi ancora chiusi. Ero a casa mia. Lo sapevo. Ma avevo la sensazione di non essere in nessun posto." (p. 850)
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