Giancarlo Sissa (a cura di), Poesia a Bologna, Bologna, Gallo e Calzati Editori, 2004, pp. 228, € 11.
Non è un'antologia poetica, ma una raccolta di 19 testimonianze - flash o diari o racconti più compiuti - di quel che si è fatto a Bologna dagli anni settanta in qua con la poesia, grazie alla poesia.
Il curatore Giancarlo Sissa a ragione dichiara che negli ultimi trent'anni la poesia ha fatto e significato molto per la storia civile, culturale e sociale della città. E come un nastro beckettiano, il libro srotola luoghi, persone, situazioni.
Bologna, "la città del compianto di Niccolò dell'Arca e delle piazze magiche, dei portici come lunghi fiati bui o lunghi sogni" (nelle parole di Davide Rondoni).
Le lezioni di estetica di Luciano Anceschi, "gravide di profonda intelligente bellezza", ma anche le barricate e i lacrimogeni in quell'11 marzo '77 in via Zamboni per come le rievoca Eros Drusiani.
L'osteria del Montesino al Pratello di quando la poesia si faceva performance (Stefano Massari).
La lunga teoria di "agire poetico" di Roberto Roversi ("l'unica strada è il fare e tu hai fatto cose egregie…"), o infine - ma in realtà è in apertura - le aule di Lettere in penombra nell'inverno '74-'75, risonanti di una "inesausta vibrazione di utopia" (Alberto Bertoni).
Il libro curato da Sissa porta a galla una Bologna di libri e di vino e di fogli e di amicizie, spazio di rapporti vissuto o percepito da molti, ma anche una città "introflessa, non vede il suo cielo", (Stefano Massari), "tela strappata" (Vitaniello Bonito).
Le contraddizioni non spaventano. La poesia gode del privilegio di poter dire la verità, o almeno di provarci; e di creare varchi di riflessione nel tessuto della realtà. Di questo l'antologia rende ragione e si fa leggere come un documento, ma anche come un viaggio sentimentale.
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