Voci del verbo insegnare

Piccole scritture

Rita Tamba

(dicembre 2005)

Un bello spettacolo, una festa di tradizione, un saluto…: fili di una ragnatela che Rita Tamba - non più solo dalla scuola, questa volta - continua a tessere per le Voci.
 


tango
Lunedì 28 novembre all’Europauditorium è andato in scena “Pasiones, tango y musical”.
Chi ama questa musica e questa danza ha potuto godere della bravura degli artisti, della loro generosità di fronte agli applausi entusiasti del pubblico.
Con una successione incalzante di cambi di scena e costumi, lo spettacolo ha raccontato le grandi passioni dell’Argentina, creando un legame con gli spettatori sull’onda delle musica di Astor Piazzolla. In tal modo anche le composizioni più abusate, come “Libertango”, sono diventate sorprendentemente una partita di calcio e le danze in generale un racconto di vita.
Ogni volta che ascolto o vedo danzare il tango non posso non pensare alla definizione attribuita a J. L. Borges: “In Argentina esistono più di 100 versioni diverse sull’origine del tango, e io… le condivido tutte”.


natale
Non è elegante, ma mi piace il Natale. Mi piace il suo tempo di vacanza che a scuola rende le settimane precedenti un conto alla rovescia, una sorta di calendario dell’avvento, ma con tratti non proprio liturgici. Mi piacciono i disegni del Natale, sì quelli del vecchio panciuto vestito di rosso con le guance rubizze e gli stivaloni, quelli dei camini accesi nelle case stracolme di regali e di bimbi vestiti a festa. Mi piacciono le luci piccole, bianche che tracciano il profilo degli alberi spogli e dei supermercati, che, così agghindati, ricordano i tendoni dei circhi viaggianti, quando attiravano gli spettatori con promesse di meraviglie a portata di mano.
Mi piace perché è chiaro a grandi e piccoli, che è una finzione e solo finché resta tale: farsi gli auguri, pensare e preparare pranzi, recitare tutti un ruolo in un fantomatico paese in festa, che nulla spartisce con il significato religioso della nascita del Messia. 
Fondere queste due cose non mi piace.
Non mi piacciono i regali a iosa per amici e parenti, clienti e acquirenti, ospiti e invitati. Non mi piacciono gli sprechi di cibo, gli acquisti inutili, le pubblicità stucchevoli, e le lamentazioni del giorno dopo.
Mi piace sperare che nevichi, per essere come in una vecchia cartolina, non mi piace la frase “a Natale si è tutti più buoni”. Forse perché io non ci sono mai riuscita. 


funerale
Questa volta la bara è al centro della piazza dei Caduti del paese. Intorno ai familiari sono i paesani, vicini e legati insieme dalla tristezza per la perdita di uno di loro.
Aveva 89 anni, ma non era vecchio.
Il saluto del giovane sindaco ricorda con tratti di grande ammirazione la sua figura pubblica, poi la segretaria dell’Anpi si dilunga sulla sua immagine ufficiale, quella di comandante partigiano nelle amate colline di Imola.
A destra i suoi compagni di allora sono schierati con le bandiere e le insegne di riconoscimento del loro impegno di lotta. Io li guardo e non posso fare a meno di pensare alle immagini dei film western, in cui i sopravvissuti della tribù assistono al rito delle dichiarazioni della nuova nazione, che assegna loro un posto per il futuro.
I volti scolpiti di questi anziani parlano da lontano e, mentre si sentono citati e raccontati, insegnano in silenzio che quando occorre “rimboccarsi le maniche” le parole sono d’intralcio. 
La memoria corre sul filo sottile che separa il legame profondo con le buone radici della nostra storia, quelle che ci fanno tenere la rotta, dalla compiacente retorica che a volte nasconde solo un grande vuoto.
Allora l’ultimo saluto è alla persona e, nella piazza del paese che lui non ha mai abbandonato, i presenti, ormai infreddoliti in questa luminosa giornata di sole invernale, salutano il fornaio, il venditore di granaglie, il cuciniere alle feste dell’Unità, l’uomo che tutti hanno conosciuto come “uno di cui ci si poteva fidare sempre”.      

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