Amos Oz, Non dire notte, trad. di E. Loewenthal, Milano, Feltrinelli, 2007, pp. 202, € 15.
La cittadina di Tel Kedar e il deserto del Negev per me sono stati immagini guida, nella storia narrata da Amos Oz, e presenza che mi ha consentito di costruirne il senso.
“Questo è il deserto nelle notti d’estate: antico. Indifferente. Vitreo. Né morto né vivo. Presente.” (p. 9) Un luogo che per Theo, uno dei due protagonisti, rappresenta il paesaggio della meditazione e della presa di distanza dalla sua vita precedente. “Oltre si dispiegano colline desolate: laggiù c’è il deserto. Laggiù un mulinello grigio s’alza a tratti, freme un istante, si contorce, corre, cala. Torna in qualche altrove.” ( p. 7)
Tel Kedar è nata dal nulla e sembra quasi dover essere inghiottita da un momento all’altro dal deserto. “I giardini pubblici sono prostrati dal vento che sbuca dal deserto e manda frustate di polvere. Ciononostante talora un fazzoletto di misera erba davanti alle case e qualche oleandro rosa tengono duro.” (p. 30) La cittadina tiene duro, nonostante tutto, anzi sembra quasi esprimere la volontà di affermarsi. “Adesso ci sono novemila abitanti, un abbozzo di centro urbano, piatto, non del tutto chiaro a se stesso. Però si sta espandendo, pian piano: una quindicina di strade che s’intersecano e viaggiano parallele, tutte che portano al deserto.” (pp. 126-127)
I due protagonisti, Theo e Noa, si alternano, di capitolo in capitolo, nella narrazione della loro vicenda.
Theo sembra aver abbandonato ogni illusione. “Questo posto è per lui la fine del mondo. Non che ci stia male alla fine del mondo. Ha ormai fatto quel che poteva fare, d’ora in poi aspetterà.” ( p. 7)
Noa, invece, è vitale e pronta ad un impegno incondizionato; l’occasione si presenta attraverso la richiesta del padre di un suo allievo, morto per overdose, di aprire un centro per giovani tossicodipendenti dedicato al figlio. L’amore tra Theo e Noa, che nel tempo si appannato, rischia di spezzarsi per la tensione fra le due diverse personalità, per quella sfida, che Noa ha accettato, di aprire un centro che nessuno vuole, anzi al quale tutti sono ostili.
Ma è proprio quella tensione che fa ritrovare la profondità di un legame che si nutre di affetto e di comprensione reciproca.
Mi sembra che, attraverso la storia di Theo e Noa, Amos Oz parli di Israele, ma anche di tutti noi, della possibilità che grazie a piccole cose fiorisca un oleandro rosa in grado di resistere ai mulinelli di polvere del deserto.
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