Erri De Luca, Napòlide, Napoli, Edizioni Dante & Descartes, 2005, pp. 98, € 10.
Salvatore Casaburi, Millenovecentocinquantasei. Disincanto napoletano, Napoli, Edizioni Dante & Descartes, 2005, pp. 155, € 12.
"Si staccano così le foglie, i capelli, le gocce, le pagine." Comincia così, con un distacco drammatico eppure naturale, il viaggio del "napòlide" Erri De Luca: venti brevi testi, che nel loro insieme compongono le voci di un glossario napoletano – Mergellina, Totò, il calcio e il vulcano, le commedie e Giancarlo Siani… Il libro prende avvio dalla partenza da Napoli e da un impossibile ritorno – "A Napoli, quando scendo gli scalini del treno, non mi sento tornato. Invece mi sento solo" (p. 5) – ; e attraverso l'excursus napoletano racconta le tante forme che può assumere questa solitudine – "Il calcio è un gioco che s'impara anche da soli contro un muro tirando colpi al volo all'infinito"(p. 92) – fino al bellissimo brano conclusivo – un semplice pasto e un canto solitario.
La partenza da Napoli "chiude" invece il romanzo di Casaburi: la partenza per Milano del protagonista, un tipografo-stampatore che ha il ruolo del narratore, al termine di un anno che già dal suo inizio si era annunciato come un anno incredibilmente gelido e innevato – l' "incanto" evocato nelle prime pagine del libro. Il romanzo intreccia la vita e l'impegno di tre militanti comunisti con la "grande storia" di quell'anno terribile – Achille Lauro e Togliatti, Marcinelle e l'Ungheria, Mirafiori e il comunismo. Ma le pagine più felici sono altre: quelle che raccontano la progressiva disillusione dei tre amici e forse di tutto un destino generazionale, sullo sfondo delle vicende minute di una tipografia di prestigio. È una narrazione pacata, con pochi dialoghi, drammatica eppure priva di enfasi. Un romanzo che narra la storia di una sconfitta individuale e collettiva; ma che al contempo ne recupera la memoria e spinge alla riflessione – "Certe volte avere torto fa bene." (p. 152)
Di libri con ambientazione locale si dice, a indicare un apprezzamento, che essi sanno trascendere il contesto circoscritto per esprimere una condizione universale. Questi due testi, che pure sono molto distanti tra loro, si pongono invece una diversa prospettiva: dal contesto in cui sono radicati sembra che vogliano continuamente fuggire, e in tal modo finiscono per spiazzare il lettore. È un bene che questo desiderio di fuga sia stato accolto da un coraggioso editore napoletano, e che entrambi i titoli siano oggi ospitati nella medesima collana – "Letteratura e memoria".
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