Mark Crick, La zuppa di Kafka, Milano, Ponte alle Grazie, 2006, trad. Leopoldo Carra, pp. 113, ill., € 10.
Gli occulti legami tra letteratura e gastronomia sono sotto gli occhi di tutti. Perché come dice Roland Barthes, “l’appetito ha qualcosa in comune col sogno” e il sogno confina con la scrittura.
L’anno scorso Aliberti ha ristampato una bella antologia critica di Folco Portinari sul cibo nei romanzi (“Il piacere della gola”, prima edizione 1986), ma i testi al riguardo non mancano.
Mancava invece un ricettario creativo nel vero senso della parola: ricette vere scritte in modo falso, cioè alla maniera di famosi scrittori. Mark Crick convoca in cucina Omero, Chaucer, Pinter, Kafka, Borges… sedici autori che scrivono la loro ricetta. Di chi sarà il clafoutis grand-mère? Sentite l’incipit: “Preparò le ciliegie in un piatto spalmato di burro e guardò fuori dalla finestra.”… Ma sì, è una signora Ramsey che prepara il dolce guardando la clematide sul muro di fronte e pensando al figlio. Insomma, alla maniera di Virginia Woolf. E come sarà invece la ricetta di Raymond Chandler? “Avevo solo un cosciotto di agnello, e nessun indizio per capire cosa farmene. Afferrai la carne”. Così ci becchiamo l’agnello in salsa di aneto. Mentre Calvino ci mette il suo tipico sguardo alla Palomar: “Scrivo questa ricetta senza sapere quando o dove troverà un pubblico, ma tu, lettore, adesso ci sei” e prepara con metodica rarefazione le moules marinières.
Il problema di questo delizioso libretto è come usarlo: applicare le ricette per cucinare sorridendo ed ammannire un banchetto letterario, o farne il perno del corso di scrittura che tanti di noi propongono nelle scuole? Insomma, tenerlo in cartella o accanto ai fornelli? Nell’indecisione mi ripeto le parole dell’aedo: “Cantami, o Diva, del Pelide Achille, l’appetito funesto…”
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