Pier Aldo Rovatti, Davide Zoletto, La scuola dei giochi, Milano, Bompiani, 2005, pp. 102, € 6,50.
Ma li abbiamo mai osservati davvero, i bambini che giocano? Intenti e serissimi nel loro divertirsi, seguono regole rigorose. E quante volte, al tentativo di truffa, sono i primi a protestare: "non vale!"
Il filosofo Rovatti e il pedagogista Zoletto si sono accorti dello spazio immenso dedicato al gioco da grandi nomi come Heidegger, Freud, Nietszche, Wittgenstein. E hanno provato a "scollare" la connotazione di gioco come pausa, ricreazione, spazio ristretto, quasi alternativo al concetto di scuola, trovandone invece l'intima essenza comune. Dirò di più: bisogna che gli insegnanti imparino che la scuola è "scuola dei giochi" tout court. Certo il gioco (si cita Caillois) è un misto di ingredienti: ludus (regole), paidia (fantasia), agon (competizione), alea (caso), mimicry (travestimento), ilinx (vertigine). Ma il grande pensatore cui rifarsi è Dewey, che in "Esperienza ed educazione" spiega che l'antinomia necessaria tra libertà e controllo educativo si supera e si abita giocando: "Quello che accade nei giochi è che il controllo sulle azioni individuali è ottenuto mediante la situazione complessiva in cui sono coinvolti gli individui, situazione che essi condividono e in cui e per cui cooperano e interagiscono." Lo stesso dovrebbe accadere in una classe, nella quale l'intervento dell'insegnante è a tutela del gioco, dall'interno. Dove dunque l'insegnante sente troppo disordine e non riesce a imporsi, la questione è che c'è troppo poco gioco.
Un libretto illuminante, un vero manuale di sopravvivenza, tutto giocato, è il caso di dirlo, sulla capacità di uno sguardo diverso. Leggetelo, studiatelo, misuratelo con la vostra situazione. E si potrà dire: "Cosa succede in questa bella classe? Giocano".
Fondazione Istituto Gramsci Emilia-Romagna | via Galliera 26 - 40121 Bologna | T 051 231377-227971-223102 | F 051 228235 | segreteria@iger.org | CF 91272570374 | credits | accessibilità
