Maria Teresa Cassini, Alessandro Castellari, La pratica letteraria. Interrogarsi attraverso la lettura su se stessi e il mondo, Milano, Apogeo, 2007, pp. 268, € 13.
Ci sono parole ricche, “polisemiche” direbbero gli specialisti, tridimensionali. Si leggono e la mente le immagina, le compone, le anima. Gli insegnanti dovrebbero amare molto il vocabolo “pratica”, è segno di artigianato, di competenze; ci sono le buone pratiche della scuola, e ci sono i laboratori. È una parola declinata, che lega lo studio, la teoria, la riflessione all’applicazione. È come la parola “poesia”, che ha dentro il fare. Hanno fatto bene allora gli autori a mettere questa parola nel titolo del loro saggio sui benefici della letteratura. Di pratiche sono ben esperti, tra l’insegnamento a scuola e i corsi dell’associazione Calvino, prima realtà culturale bolognese che ha aggregato tante belle persone su temi appassionanti. Si è detto che il titolo richiama – da lui il libro è stato in qualche modo istigato – la riflessione di Galimberti sul fatto che certi approcci culturali, la filosofia per lui in primo luogo ma giustamente qui si propone la letteratura – possano curare l’anima. Terapeuticità della lettura, come per il teatro greco. Leggo e mi capisco. Leggo e mi svelo. Leggo e mi snodo.
Dopo tanta “pratica letteraria” – è il caso di dirlo – nelle scuole, viene da chiedersi: è davvero così? E poi, di quale “letterario” si parla? I primi capitoli sono dunque spesi per recintare quel concetto, e vengono chiamati in causa gli elementi fondativi, la seduzione, l’inattualità, l’ordine, il simbolo, e poi quella capacità di fare di un essere solo un lettore plurale, di mettere in lui la vita e le opinioni di tanti, di aprirgli finestre, cioè la vera profonda comprensione.
E a metà libro, Maria Teresa e Alessandro giustamente passano dalla teoria alla pratica: sei letture “lette” davvero, partendo da Odissea e Edipo re, passando per le Relazioni pericolose fino a tre autori contemporanei, Abraham Yehoshua, Christa Wolf e Marlen Haushofer. Come a dire, il gusto del conosciuto da riassaporare, ma anche la scoperta di testi meno noti.
Molti anni fa la parmense Università del Progetto ideò delle confezioni di medicinali perfettamente falsificate contenenti poesie terapeutiche. “Tanto gentile…” come anticoncezionale, “T’amo pio bove” come emetico. Il romanzo terapeutico potrebbe essere la nuova sponda. La questione è che forse si tratta di una cura per l’anima solitaria, insensibile, depressa che guarisce inoculando un altro virus: la passione per la lettura. E da quella benedetta malattia non vogliamo guarire.
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