Voci del verbo insegnare

La menzogna in politica

a. j.

(aprile 2007)

Hannah Arendt, La menzogna in politica. Riflessioni sui “Pentagons Papers”, a cura di Olivia Guaraldo, trad. di V. Santini, Genova-Milano, Marietti, 2006, pp. 85, € 12.


Nel 1971 il "New York Times" pubblicò alcuni stralci dei Pentagon Papers, documenti segreti del Dipartimento della difesa relativi all'impegno americano nel sud-est asiatico dal dopoguerra alla fine degli anni sessanta, nei quali emergeva la convinzione degli esperti del Pentagono dell'assoluta inutilità strategica dell'impegno americano in Vietnam.
Questo è il materiale che Hannah Arendt analizza, per riflettere sul rapporto fra menzogna e politica e per individuare ciò che caratterizza l’operazione di falsificazione avvenuta in quelle circostanze.
È certo, dice la Arendt, che l’inganno usato come strumento per raggiungere fini politici è sempre esistito. Anzi, si potrebbe affermare che la menzogna, in certa misura, è connaturata alla politica. L’agire per il cambiamento significa sempre immaginare che le cose potrebbero essere diverse da come sono. “In altre parole, la deliberata negazione della verità fattuale – la capacità di mentire – e la possibilità di cambiare i fatti – la capacità di agire – sono tra loro connesse; devono la loro esistenza ad un’unica risorsa: l’immaginazione.” ( p. 11)
Quello di diverso e pericoloso che emerge nei Pentagon Papers è la volontà deliberata di ignorare e negare “i fatti duri e ostinati” (p. 39) in nome di una teoria. Lo scopo ultimo di questo lavoro di contraffazione e 'defattualizzazione' è la “creazione dell’immagine” per aggiudicarsi il favore della gente” (p. 33).
Oliva Guaraldo nell’introduzione afferma che il saggio di H. Arendt ci offre utili suggestioni alla lettura del nostro presente. Ci induce a riflettere sulla deriva della democrazia perché “di fronte allo svelamento della menzogna l’opinione pubblica non si indigna, come se oggi, a differenza di allora, fossimo di fronte ad una costruzione molto più efficace, molto più riuscita, di un reticolo di finzioni che sostituisce la realtà. Come se, in altri termini, la fiduciosa convinzione di Arendt, per la quale nessuna finzione è tanto grande da occultare in maniera totale – e politicamente efficace – la realtà, fosse davvero svanita nel nulla, proprio perché ciò a cui oggi assistiamo è l’efficacia politica delle finzioni – ideologiche o medianiche – pur di fronte allo svelamento della loro falsità.” (p. XXXII)

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