Antonia Arslan, La Masseria delle Allodole, Milano, Rizzoli, 2005 (2004), pp. 233, € 7,80.
Primavera 1915. Mentre l’Italia sta per entrare in guerra, a Venezia Yerwant, medico di origine armena, sta per intraprendere il viaggio di ritorno alla sua terra.
Porterà con sé la moglie italiana e i due figli e ad attenderlo ci saranno il fratello Sempad, farmacista, e la ricca e numerosa famiglia. È un evento atteso da quando Yerwant, appena tredicenne, ha lasciato l’Anatolia orientale. Ha fatto fortuna in Occidente e il tenore dei preparativi ne è la vistosa conferma.
Non sono da meno le accoglienze che si stanno apprestando in patria: durante la Pasqua il fratello, le sorelle, i nipoti, la servitù, il villaggio insieme, divengono figure vibranti di una scena lungamente attesa e approntata nei più lussuosi e accurati particolari.
In Europa le notizie dal fronte orientale sono scarse e frammentarie, ma bastano per far comprendere a Yerwant che la mancata ultima risposta del fratello ha un tragico significato.
“Il cuore di Yerwant si chiude, si sigilla per sempre. Oppresso da un infinito senso di colpa – la colpa stessa di esistere come armeno, di sopravvivere, di avere successo – Yerwant non scenderà mai più di sua volontà nelle radici della sua appartenenza, nei musicali, colorati ricordi del Paese Perduto, mai più fino a quando li racconterà alla bambina come fiabe lontane, forse inaccessibili, forse sognate.” (p. 139)
Ed è questa bambina, Antonia, che rivive lo sterminio del popolo Armeno, raccontando la fine dei suoi famigliari, che, come vittime sacrificali prive di colpa, diventano prede inermi del fanatismo.
”…il fanatico uccide per suo piacere, o per culto di un’idea, il sangue lo trascina ad altro sangue.” (p. 108)
La residenza di campagna, la Masseria delle Allodole, che profuma di rose e gelsomino, sarà il luogo della strage iniziale e, per sfuggire allo sfacelo di morte che la invade, le donne scriveranno sulle strade di polvere verso il deserto siriano, il destino preordinato della scomparsa di un popolo.
“Ora tu, ragazza Azniv, lascerai le tue ossa danzare al vento dei morti, per salvare i bambini…; tu ti offrirai al soldato e al cavaliere curdo, tu riderai follemente drappeggiata nella pezza di seta rossa con le rose di velluto…”. (p. 119)
Così ieri è ormai troppo lontano per Shushanig, la grande madre. “Il suo orizzonte si sta restringendo bruscamente, come se la sua anima luminosa bruciasse dai margini, affondando pian piano in un’ombrosa voragine nera.” (p. 123)
Il libro, con ritmi diversamente cadenzati sul tempo della narrazione, sprigiona un’atmosfera di incanto e di tragica attesa e si legge d’un fiato: importante testimonianza di uno sterminio che ha segnato il ‘900, anticipando la lugubre sequenza di questa storia di umana follia.
Rita Tamba
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