Il libro sulla storia del Laboratorio della Democrazia di Firenze, cui allude Bagni in questo articolo, non è poi stato fatto perché il gruppo si è dissolto da sé senza lasciarne il tempo. Rimane però, ed è ancora attuale, la riflessione sulla democrazia e sulla possibilità di una partecipazione in cui si riesca a coniugare l’individualità, di cui ciascuno è portatore, e l’esigenza di ritrovare principi comuni. Una riflessione, al tempo stesso politica ed educativa, sui "luoghi femminili" dell'ascolto e della narrazione, e sugli "innumerevoli singolari" da mettere in contatto .
Questo è l’ultimo contributo del libro, ma non saranno delle conclusioni. Non provo nemmeno a scriverle, non sarei la persona giusta, ma soprattutto non ha alcun senso farlo. Tante cose devono ancora accadere, dentro e fuori del Laboratorio di Firenze, e il filo che percorre fino ad oggi tutta la sua storia non presenta nessuna di quelle discontinuità che possono giustificare un punto e a capo.
Devo dire che l’idea di assumermi questo impegno mi è piaciuta subito: vi era la piena garanzia di non scrivere un pessimo libro di storia. Uno di quelli che invece di raccontare e testimoniare, scelgono di "fare" – o più precisamente ri-"fare" – la storia, selezionano scrupolosamente gli avvenimenti che sembrano loro stare in una chiara relazione di causa ed effetto e li mettono in un bell’ordine cronologico.
Impossibile un’operazione del genere – ammesso che fosse interessata a qualcuno – sia perché eravamo soggetti del tutto interni alle vicende che dovevamo raccontare, sia perché le nostre formazioni erano così eterogenee da rendere impossibile ricondurle ad un’unica visione. Inoltre non sarebbe stato un libro di storia contemporanea ma "contemporaneo" alla storia che voleva raccontare.
Certo ci sono fatti precisi e azioni che si devono analizzare, ma se ci si limita a questo si finisce per non comprendere davvero cosa è successo e perché. Il fatto è che queste organizzazioni, nate al di fuori dei partiti e per certi versi in opposizione alle forme della politica che essi incarnano, non hanno come priorità la messa a punto di una visione programmatica complessiva, né di una strategia a lungo respiro da realizzare per tappe. È pur vero che nel Laboratorio si è avvertito il problema di agire con tempestività di fronte alle continue aggressioni portate ai valori del vivere collettivo, ma questo non ha mai posto in discussione la forma sostanzialmente orizzontale della sua organizzazione interna. La lentezza con cui si arrivava alle decisioni era vissuta come il prezzo da pagare al tentativo di ritrovare forme dirette di democrazia.
È questa incommensurabilità con l’azione politica, così come oggi è codificata, che rende impossibile cogliere la natura del Laboratorio usando gli stessi criteri buoni per un soggetto prettamente politico. Mentre per quest’ultimo la politica si traduce in azione e dalla sua analisi si può risalire alla strategia, per il Laboratorio l’azione non si è tradotta in sola politica ed altri devono essere gli elementi da prendere in considerazione.
Quali? Molti e diversi, ma tutti dislocati sulla linea di confine tra il privato e il pubblico; l’individuale e il collettivo. La vita non è qualcosa di “personale” e il confine della “persona” è labile quanto non mai nell’epoca che viviamo, sempre più permeabile alle tensioni provenienti dal mondo esterno che entrano nelle trame delle nostre vite.
E se c’è un filo conduttore che non presenta strappi e lacune nella storia di tutti i recenti movimenti, questo ha molto a che vedere con il bisogno crescente di partecipare alla ricostruzione di “spazi e forme di socializzazione animati dal desiderio”. (1)
Il desiderio è ciò che pone in relazione con gli altri e sviluppa legami. Coltivare il desiderio è superare l’utilitarismo che non richiede più la socializzazione. Oggi, in una logica di pura sopravvivenza, conta soprattutto “armarsi” personalmente per essere vincenti nella competizione che pone tutti contro tutti.
I desideri non vanno confusi con le “voglie”, loro versione formattata e normalizzata ad uso e nell’interesse della società del consumo. La voglia è quello che resta quando si perde la capacità di "vedere" quello che si desidera e allora si finisce per desiderare quello che si vede. È la vista che col tempo perde la capacità di immaginare oltre i confini del visibile.
Non ce li hanno questi confini i bambini. All’inizio disegnano l’orizzonte del mare mosso dalle onde e ci mettono sopra una barchetta. Pensano che come una barca diretta verso il largo sparisce alla vista ma c’è sempre, così deve succedere alle onde che si vengono a rompere sulla spiaggia. Non gli interessa tanto quello che si vede ma quello che ci deve essere, anche se non si vede. A scuola ovviamente imparano che l’orizzonte è solo una riga, ma quanta perdita in quel tratto nudo!
Bene, dentro il Laboratorio – ovviamente non solo in esso – si sono accostate una grande varietà di persone, assai di più di quanto abbia fatto pensare l’immagine che se ne è avuta all’esterno; erano accomunate fondamentalmente dal rifiuto di accontentarsi di quello che c’è e dalla volontà di reinventare luoghi pubblici di confronto dove il “fare politica” tornasse ad essere appunto "desiderabile". Bauman (2) li ha chiamati “luoghi pubblici civili” distinguendoli dai non civili: i “non-luoghi” dove le persone vengono a contatto ma trasformate in pubblico o cliente. È quello che avviene nei luoghi di spettacolo e nei supermercati, dove le diversità sono tollerabili perché negate: ciascuno è invitato ad assumere gli stessi atteggiamenti e a ripetere gli stessi gesti. In essi il contatto è reso possibile senza bisogno di entrare in comunicazione e quindi scompare la necessità di mediazione e contrattazione di valori comuni.
Oggi tutti parlano della crisi della politica e pochi pongono attenzione a quella che attraversa la società civile, ogni giorno sempre meno civile, sempre più sgretolata nella morsa formata dall’ideologia neoliberista, che stabilisce le regole per tutti, e dagli atteggiamenti individualistici indotti nei singoli soggetti.
Nel Laboratorio non c’è stata solo una ricerca di forma e di metodo della politica; la sua esperienza ha confermato anche la centralità di alcuni temi che stanno diventando un’emergenza della nostra democrazia.
Rendere la quotidianità un fatto politico
Sicuramente ogni giorno siamo abituati a consumare un’alta dose di politica attraverso i sistemi d’informazione, ma è ormai un bene di facile consumo che non lascia tracce durature. In Italia si vota sempre in meno e chi lo fa dà un voto sempre più apolitico. Dovremmo sentire questa espressione come un ossimoro e invece è divenuta un’espressione corrente, testimonianza della malattia che sta colpendo tutte le democrazie occidentali, affette da una patologia che attacca la loro sostanza lasciando inalterato il guscio esterno. Democrazie sempre più formali, poggiate su riti che perdono costantemente di significato.
Non si pone rimedio pensando a una politica più vicina ai temi del vivere quotidiano. È la quotidianità a doversi fare più consapevole del suo essere sempre un fatto politico.
Parlando con gli studenti a scuola e leggendo i loro temi si ha chiara la sensazione di una frattura che li attraversa e separa le loro idee su ciò che è giusto – e vero e bello – da quelle che accettano come regole necessarie per la vita di tutti i giorni. È come se sognassero a colori ma si fossero rassegnati a vivere in bianco e nero. Hanno dentro di sé tutta la gamma dei valori umani che tramandiamo di generazione in generazione, e tuttavia li tengono nella sfera della "pensabilità", non in quella della "possibilità", confine di tutte le nostre azioni reali. È un processo che nei giovani si fa più visibile, ma indubbiamente attraversa tutta la nostra società.
Un altro mondo non sarà possibile domani, per magia o per decreto, se da oggi non impariamo – e pratichiamo – un altro modo di spostarsi nella città, un altro modo di smaltire i nostri rifiuti, un altro modo di vivere il quartiere, la piazza, la casa.
I nostri comportamenti fanno la nostra politica.
Ricostruire un’etica condivisa
Un’antica leggenda sostiene che se si riesce tenere ferma una rana in una pentola d’acqua fredda e poi si aumenta la temperatura dell’acqua molto lentamente e senza sbalzi, la rana non salterà mai fuori e finirà lessata. Questo perché il sistema nervoso degli organismi traduce i messaggi provenienti dagli apparati di senso in segnali digitali, il che significa che funziona per soglie di stimolazione. Se la variazione è tale da non superare in nessun istante la soglia dall’allarme è come se la povera rana continuasse a ripetersi “…è quasi calda come prima…”
Forse qualcosa di simile sta accadendo alla sinistra politica in Italia, che dall’interno della pentola non riesce a vedere cosa sta accadendo. E dire che i cambiamenti sono stati tutt’altro che lenti. È chiaro che ci vuole un sistema d’allarme non interno all’apparato ma dislocato fuori, in quella società civile che sarà bene smetta di gareggiare per inerzia con l’acqua della pentola. Perché non si può far colpa alla politica di non trovare le risposte quando sono le domande che non le vengono più poste. Domande di equità, di giustizia, di democrazia.
In una parola di etica. Si tratta di ridefinire i principi non sottoponibili a mediazione e la cornice dei comportamenti individuali e collettivi con essi coerenti. È soprattutto quando il confronto si porta ad un altro livello, più alto e ideale, che si svela la natura delle trasformazioni che stiamo vivendo. Ritrovare un’etica condivisa è insieme dotarsi di una guida per i comportamenti e di un sistema d’allarme per non finire lessati.
Il bisogno di etica ha attraversato in forma esplicita o implicita tutti i nuovi movimenti di questi anni. Il Laboratorio ne è solo un esempio, col suo stesso modo di nascere che me lo fece definire un "laboratorio dell’indignazione".
Il ruolo delle soggettività
Della molteplicità dei soggetti dentro il Laboratorio ho già detto. Anche della ricchezza portata in dote dalle diverse storie personali.
Il Laboratorio è da questo punto di vista la maglia della rete che si è andata formando grazie all’intreccio delle diverse biografie su un livello finalmente non privato e non individuale. Il punto d’incontro di soggetti che hanno percorsi diversi alle spalle, diverse sensibilità e attese, ma che si sono trovati in un preciso momento storico a condividere il bisogno di un’azione collettiva, che non fosse politica "e" sociale ma politica "in quanto" sociale.
Ecco perché dicevo all’inizio che l’unico modo di raccontare il Laboratorio non è farne "una" storia ma seguire la mappa "delle" storie che ciascuno vi ha portato, avendo cura di rispettare la molteplicità dei punti di vista.
È un’esperienza che testimonia un grande cambiamento nel modo in cui oggi si ricomincia ad occuparsi di politica.
La nostra generazione si è formata sui libri e nelle scelte di vita ha visto l’applicazione dei valori che si era data. Mentre allora erano le grandi scelte di campo che dettavano i comportamenti, adesso sembra che sia l’esperienza diretta del mondo a produrre la voglia di cambiarlo a tutte le età. Il “non è giusto” che scatena l’insofferenza viene lanciato per quello che si vede e si vive sulla propria pelle.
L’esperienza del Laboratorio dice cosa può succedere quando questi soggetti trovano un modo di confrontarsi e di condividere un possibile pieno di desideri.
Dice dell’urgenza di costruire luoghi non più contrassegnati dall’esigenza immediata di convergere su un’analisi ed un’elaborazione di tesi, ma dove acquisti molto valore l’ascolto e la narrazione.
Luoghi molto più femminili, quindi, che non a caso hanno visto un’alta presenza di donne.
Si tratta di ripartire da questa molteplicità di soggetti e d’esperienze chiedendo al mondo della politica di non semplificarla per comodità di analisi dietro etichette e categorie.
Si chiede Rilke: “È possibile che si dica “le donne”, “i bambini”, “i ragazzi” senza il sospetto […] che da lungo tempo queste parole non hanno più alcun plurale, ma solo innumerevoli singolari?”.
Quello di cui il Laboratorio è testimonianza viva è che si possono mettere in contatto gli “innumerevoli singolari” senza farli scomparire dentro un plurale anonimo.
E chissà quante cose potranno accadere se gli innumerevoli singolari riscopriranno il bello di disegnare onde sull’orizzonte.
Note
(1) M. Benasayag, G. Schmit, L’epoca delle passioni tristi, trad. di E. Missina, Milano, Feltrinelli, 2004, p. 63.
(2) Z. Bauman, Modernità liquida, trad. di S. Minacci, Roma-Bari, Laterza, 2002, si veda il terzo capitolo “Tempo/spazio”.
(3) R. M. Rilke, I quaderni di Malte Laurids Brigge, trad. di F. Jesi, Milano Garzanti, 2002, p. 17.
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