Il 27 gennaio 2004 le Voci hanno promosso un incontro pubblico sul tema della formazione degli insegnanti.
L'incontro era stato preceduto dalla pubblicazione, in questa sezione, di contributi e documenti
Quella che segue è un'ampia sintesi delle relazioni di
G. M. Anselmi, B. D'Amore, G. Gliozzi, G. Armellini, S. Aicardi, A. Deoriti (non rivista dai relatori).
Gian Mario Anselmi
Direttore dell'Istituto Gramsci e docente di Letteratura italiana all'Università di Bologna
un momento difficile
Nell'introdurre questo incontro, non posso nascondere che il momento è molto particolare: si riscontra nell'ambito della scuola e dell'università una sorta di saturazione per quel che sta accadendo e un'onda montante di protesta di fronte al comportamento del governo, che si muove senza tentennamenti, apparentemente convinto dell'inessenzialità del settore dell'educazione.
Si può insegnare ad insegnare in un contesto in cui si è messi in discussione, demotivati e delegittimati? Ancora più stridente il contrasto di fronte all'allocuzione di Chirac sulla nuova scuola francese (in questo sito, tra i Materiali, nella sezione del Patto, ndr).
I giovani paiono scomparsi come soggetto politico di iniziativa e di riflessione; gli insegnanti potrebbero essere coloro che ripropongono il tema all'attenzione.
Una parte consistente di insegnanti vuole rivalutare il proprio lavoro e la propria formazione.
la soluzione SSIS per la formazione iniziale
Le scuole di specializzazione, ormai cassate da una norma di legge, ma ancora non sostituite, in molte realtà avevano raggiunto un buon punto di equilibrio tra saperi e tirocinio, pur permanendo problemi di comunicazione tra università e altri ordine di scuola.
Raccogliamo allora qualche suggestione e vediamo se sia possibile proporre una piattaforma da Bologna, sperando di poter incidere in modo ragionevole.
Si può, purché si riconosca la dignità specifica del docente, sia per le sue competenze disciplinari, sia per le competenze che egli ha sui giovani.
Si può, purché si tenga conto che nell'insegnare ad insegnare sta l'insegnare ad essere cittadini; non si deve mai perdere di vista cioè che le discipline concorrono a formare un cittadino, a capire la complessità, a interpretare la realtà. …………………………………………………………….
Bruno D'Amore
Docente di Didattica della matematica all'Università di Bologna.
Amareggia sentire il deprezzamento della figura dell'insegnante, offeso nella dimensione culturale ed etica dalla tracotanza del potere.
Da questo punto di vista la formazione degli insegnanti diventa il mio modo di avere a che fare con la costruzione di un'idea: quella di collaborare con altri insegnanti che si rivolgono a me per avere indicazioni, più che suggerimenti concreti, per migliorare quella professionalità che è il trasmettere la propria disciplina ai bambini: chi insegna ha come compito non semplicemente quello di star bene con loro o motivarli allo studio, ma quello di approfittare della propria disciplina per una educazione generale, composita, importante.
formazione in servizio
La maggior parte degli insegnanti in servizio oggi viene da una formazione accademica che non ha preparato a tradurre le conoscenze per gli adolescenti: i professionisti seri si sono resi conto che, nella situazione di aula, vanno in crisi perché non hanno quella che io chiamo la ferramenta, gli elementi necessari a giudicare ciò che succede in classe: comportamenti identici possono avere motivazioni di base diversissime e viceversa; il malessere cognitivo diventa una fonte della propria azione
L'aula è un ambiente composito, complesso, ricco, difficile da tenere sotto costante perché le variabili sono sterminate
Si può fare didattica di macroquestioni non contingenti o piuttosto didattica disciplinare che diventi disciplina insegnata.
D'altra parte il processo di insegnamento è legato a quello dell'apprendimento, non si può disgiungere.
Non sono d'accordo con il dilagante garantismo dello studente; oggi si sta sfuggendo dalla responsabilizzazione degli allievi, perché si punta troppo e solo sull'insegnamento senza considerare il suo correlativo. Nei paesi del cosiddetto primo mondo si riscontra una perdita del senso dello sforzo, che invece nei paesi del terzo mondo permane.
formazione iniziale
Non si possono tacere le differenze emerse tra il progetto per come era nato e la realizzazione; per gli insegnanti elementari è stata scelta una laurea abilitante; nelle scuole di specializzazione, invece, la caratterizzazione didattica è più forte. Ma a volte si registra la mancanza di docenti specialisti.
Ricordo l'affermazione del filosofo Melandri : "il modo migliore per insegnare ad insegnare è costringere uno ad osservarti".
Il problema però è nella persona che osserva, nella sua disponibilità a riflettere sul senso del mestiere scelto. Chi è convinto che sapere la disciplina sia sufficiente per insegnare, dopo la SSIS si accorge che non è così.
Ma in realtà il problema per tutti noi è che stiamo perdendo il senso vero dell'insegnamento, e cioè la convinzione che la disciplina è veicolo, che serva ad accettare lo scambio, la responsabilità. …………………………………………………………….
Giovanna Gliozzi
Docente di scuola superiore e supervisore SSIS linguistico letterario all'Università di Bologna.
laboratori
L'aneddoto di Melandri riporta in superficie una battuta di Woody Allen nel film "Crimini e misfatti". Il protagonista, avendo indotto la nipote a saltare la scuola per andare al cinema, le raccomanda che più che "ascoltare" quel che gli insegnanti dicono è bene che lei "guardi" quel che gli insegnanti fanno.
Nell'esperienza dei laboratori di didattica dell'italiano alla SSIS emergono continuamente domande e forse anche risposte sull' insegnare ad insegnare. Si tratta di vere situazioni di laboratorio: classi di "studenti/specializzandi" con un duplice ruolo e una funzione di ponte tra noi e gli studenti che andranno ad incontrare. La prospettiva è interessante e la circostanza costruttiva, perché andiamo a parlare di saperi teorici e di modelli di comportamento, creando noi stessi un modello utile per il vaglio critico e metadidattico. Sull'altro fronte ci confrontiamo con gli altri colleghi che sono i tutores della scuola, secondo un circolo virtuoso per cui gli specializzandi si trovano ad interagire con modelli diversi.
Questa riflessione si riesce a condurre fruttuosamente anche nei rari casi di tutores inadeguati. Mi piace qui riportare un brano tratto da "Fiori italiani" di Luigi Meneghello:
"In generale si può dire che ad S. venne a mancare quasi del tutto l'esperienza dell'odio per gli insegnanti, senza la quale forse uno non può essere un uomo completo."
insegnanti - inscenanti
Mi è capitato di riflettere che il verbo insegnare e il verbo inscenare hanno una curiosa assonanza tra loro.
Insegnare è spiegare, plasmare, mostrare; ma facendo questo, mettiamo in scena, prepariamo una simulazione, tenendo conto dei nostri interlocutori reali che ci interpellano e ai quali dobbiamo essere sensibili. Con la strumentazione disciplinare diamo risposte. Più che di un testo teatrale ci troviamo a condurre una commedia dell'arte, in cui giocare diversi ruoli, tener conto delle domande dell'interlocutore e farsene fecondamene condizionare.
la televisione
Non siamo soli a scuola; il convitato di pietra con cui fare i conti è il medium televisivo (colpevole di quella degradazione, annullamento del giovane cittadino a livello di consumatore di cui parlava Anselmi). È dunque basilare, oggi, imparare a confrontarsi con i linguaggi audiovisivi, producendo una critica sistematica di quel mezzo con quel mezzo.
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Guido Armellini
Docente di Didattica della letteratura alla SSIS dell'Università di Padova
i lati oscuri della SSIS
Don Milani nelle "Esperienze Pastorali", a chi gli chiedeva cosa fare per creare una scuola come la sua rispondeva:
"Questi sbagliano la domanda: non dovrebbero preoccuparsi di come bisogna fare scuola, ma solo di come bisogna essere per potere fare scuola."
La questione dell'essere insegnanti corre il rischio o dell'ineffabilità oppure della tassonomia oggettivamente certificata; per la mia esperienza, a me pare che l'organizzazione della SSIS sia negativa, perché, messo da parte o ridotto il problema dell'essere, si tende a fare la somma di tre competenze, cioè il sapere disciplinare, la conoscenza dei destinatari, le tecniche, supponendo di ottenere un prodotto finito.
I problemi sono affrontati teoricamente o tecnicamente: come se lo studio della psicologia evolutiva avesse a che fare con gli studenti come (sto citando Einstein) il contrassegno del guardaroba ha a che fare con il cappotto. Anche la didattica è presentata come altamente formalizzata e vincolante.
I contenuti formativi delle discipline rischiano o di ridursi a disciplina tout court, insegnata da docenti universitari, o a incrocio incongruo tra disciplina e didattica.
I laboratori dovrebbero essere la parte bella, la genuina relazione tra scuola e università, ma così spesso non è.
Il tirocinio appare come idea applicativa della didattica appresa.
La centralità dell'essere un buon insegnante viene meno, l'idea alla base di questo modello è puramente trasmissiva, non aiuta nei riguardi della complessità dei destinatari.
Il problema è saper stare lì, nella centralità dell'aspetto relazionale, in impasto indissolubile con la competenza disciplinare, tanto che è basilare chiedersi cosa la disciplina diventa quando si incontra con esigenze, richieste, orizzonti così diversi da quelle previsti.
l'esploratore
Come dice Marianella Sclavi, c'è il modello dell'insegnante trasmettitore e dell'allievo minus habens, ma anche il modello del docente esploratore di mondi possibili e dello studente esperto di altre forme di vita.
Insegnante antropologo? Questa è la competenza basilare, che richiede passione per la disciplina che si insegna, curiosità per gli esseri umani che si hanno di fronte, disponibilità ad uscire dalle proprie cornici e ad accettare il conflitto. Bisogna che stare con gli studenti e insegnare la materia sia qualcosa di assolutamente compenetrato, oppure non funziona. Le SSIS dovrebbero riconoscere il valore esperienziale dell'insegnare: la mia idea di letteratura è cambiata più per il mio stare in classe che per i miei studi.
Il rapporto tra sapere accademico e scolastico è ancora gerarchico, non di scambio alla pari tra due tipi di sapere, le discipline teoriche dovrebbero porsi intorno al momento del tirocinio come costellazione per riflettere su quel che accade in aula.
due indicazioni
In chiusura due citazioni: la prima, paradossale, di Francesco Petrarca nella lettera al grammatico Zenobio, ci indica il modello di riferimento cui purtroppo ancor oggi molti si adeguano:
"Insegnino ai ragazzi coloro che non sono capaci di fare cose più importanti, coloro che hanno diligenza scrupolosa, mente troppo tarda, intelligenza senza voli, sangue gelido, corpo capace di sopportare la fatica, animo che disprezza la gloria, che desidera scarso guadagno, che non si preoccupa del disprezzo…"
La seconda di Gregory Bateson:
"Conosciamo poco di ciò che fa grandi alcuni insegnanti (...). Diciamo vagamente che queste abilità dipendono dall'arte più che dalla scienza. Forse in questa metafora c'è della verità scientifica".
In quest'ultima emerge la necessità dell'arte nell'insegnamento, che certo non si può trasmettere, ma di cui forse si può favorire la germinazione.
In conclusione, conviene, in questo sfondo negativo, meditare piuttosto su che cos'è l'aspetto del nostro lavoro a cui non siamo disposti a rinunciare e da lì partire per proposte concrete. …………………………………………………………….
Stefano Aicardi
Docente scuola superiore e supervisore di discipline giuridiche ed economiche SSIS Modena
Mi collego a un'altra citazione risalente a quell'anno magico e strano che fu il 1996; l'economista J.K. Galbraith ("La buona società") nel capitolo sull'istruzione (intendendo istruzione complessiva dell'essere, più che del fare) dice:
"Il prestigio e la remunerazione economica della professione insegnante devono essere adeguati alla grande importanza dell'istruzione nella società moderna; il mondo scolastico deve attrarre i migliori e premiarli; impegnandoci a una buona società dovremmo riflettere sulla sproporzione tra le enormi cifre di danaro spese per la televisione oggi seguita dai i bambini e i soldi investiti per le loro scuole e per lo stipendio dei loro insegnanti."
Il lavoro di Piero Romei a Bologna ci ha insegnato ad affrontare il carico del nostro lavoro in modo rasserenante per noi distinguendo i vari aspetti che lo costituiscono uno alla volta; Dunque, quale disciplina, con quali scopi? Gardner ci dice che il sapere che è auspicabile trasmettere non è quello degli specialisti. All'opinione di Armellini, che condivido, aggiungerei due punti. Il grande tema della valutazione, che a mio parere deve poter far riferimento a tantissimi strumenti. Poi l'esigenza di documentare il proprio lavoro, proprio perché quei ragazzi sono unici, mettendolo in circolo. Infine la necessità di creare strutture paritetiche per la formazione iniziale, considerando tutti i canali, non solo quelli universitari.
In questa fase, dunque, prepariamoci a fare un progetto serio da proporre per il futuro della scuola italiana, se chi andrà al governo vorrà accoglierlo, o che comunque resti come nostra linea di resistenza e di speranza.
Abbiamo bisogno (cito ancora Gardner) di cittadini capaci di riconoscere moralità e bellezza o di rilevarne la loro assenza, con quella salvifica attenzione che Calvino ci indica nel finale delle "Città invisibili". …………………………………………………………….
Alessandra Deoriti
Docente scuola superiore e tutor nelle discipline letterarie
Rimando per le questioni più generali alla mia recensione al libro "Professori e altri professori" di Marco Lodoli, pubblicata nel settembre 2003 sul "Regno - Attualità".
un indice
Qui, vista l'ora tarda, mi limiterò a proporre un indice di parole che sintetizzano cosa ho ricavato dall'essere tutor e cosa ho voluto offrire allo specializzando facendo un pezzo di strada insieme a lui.
Per prima cosa faccio riferimento a un elaborato di una mia alunna dell'ultimo anno, in cui lei affermava che la scuola le aveva sostanzialmente insegnato come possono essere diversi i tipi umani.
Mi sembra una conclusione illuminante: Elias Canetti giunge alla medesima affermazione, e credo che questo vada condiviso col tirocinante. Dunque mi appunto la parola DIVERSITÀ.
Secondariamente, in questa scuola fibrillante io voglio decelerare. Trovo incompatibile l'insegnamento con la fretta. La ricchezza e la congerie di opportunità e di progetti, per quanto pregevoli, toglie agli studenti il tempo della sedimentazione e aggiunge loro l'angoscia del prodotto da portare a termine. Questo cerco di trasmettere al tirocinante: l'insegnamento apprendimento è tale, che la preparazione remota è molto più profonda e puntuale della programmazione mese per mese. Dunque, la parola LENTEZZA.
Terza cosa: usare l'imprevisto. Una volta compiuta l'osservazione, giustamente il tirocinante mette mano al progetto negli spazi programmati, ma non si passa sulla testa degli alunni, non si procede senza considerare i loro bisogni; l'imprevisto entra nella vita scolastica ed è addirittura anche qualificante. Dunque la terza parola è IMPREVISTO. …………………………………………………………….
Concluse le relazioni, molti vorrebbero essere gli interventi, ma è già molto tardi.
Alcune voci si propongono:
Intervento di una giovane specializzata:
Sottolineo il valore dell'opportunità offerta dalle SSIS di confrontare le esperienze con i docenti e anche con i propri colleghi, cosa che un concorso tradizionale non avrebbe potuto assolutamente dare.
Bruna Fergnani , docente scuola superiore e tutor.
Lancio il problema del non riconoscimento del tutor, o la necessità della partecipazione concreta del tutor al progetto didattico.
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