Voci del verbo insegnare

Insegnare a chi non vuole imparare

Appunti su un libro e sulle sue storie

Voci

(settembre 2006)

Uno scambio di lettere tra due insegnanti, Giuseppe Bagni e Rosalba Conserva, nel corso di un anno scolastico; e da queste lettere, un libro che le Voci, lo scorso 5 settembre, hanno presentato alla festa dell'Unità di Bologna, con l'aiuto di Guido Armellini. Quelle che seguono sono poche annotazioni, in forma di appunti sparsi, sui molti temi discussi in quell'occasione – con un invito alla lettura, naturalmente (in fondo al testo, indicazioni bibliografiche più complete).


i libri e gli ombrelli (ovvero: contro le lamentazioni)
Fino a qualche anno fa prevalevano i libri di "ricette" e formalizzazioni, modelli pedagogici astratti scritti da persone che non insegnano – quel fenomeno bizzarro per cui chi insegna non teorizza e chi teorizza non insegna. Da qualche tempo si diffondono invece gli interventi più o meno grotteschi sul degrado della scuola e sul declino della figura dell’insegnante, e questa volta sono gli insegnanti a scrivere. Il libro di Bagni e Conserva si discosta da tutto questo. "C'è qualcosa di incomprensibile in quel genere di lamentazioni, mi fanno pensare a un produttore d'ombrelli che impreca alla pioggia invece di preoccuparsi di fare ombrelli sempre migliori. Il vero problema è come si lavora con questi ragazzi, come si possono far crescere in questa società, tanto attenta alla produzione quanto poco alla riflessione." (p. 163) Tutto parte da un'idea molto semplice: uno scambio di lettere. "Due insegnanti, Rosalba e Giuseppe, si interrogano sul loro mestiere, nel corso di uno scambio di corrispondenza durato un intero anno scolastico. Entrambi insegnano alle scuole superiori, lei [italiano] in un istituto tecnico, lui [chimica] in un professionale" (p. 7) Ma non è solo un resoconto di esperienze. L'accordo tra i due corrispondenti è quello di portare le questioni minute a un livello più alto di astrazione; e in questo caso, di farlo con un riferimento particolare: "tutta la corrispondenza sarà vincolata dalla ricerca sull'epistemologia di Gregory Bateson attraverso un approccio narrativo" (p. 263) 

imparare da chi non vuole imparare
La questione fondamentale è quella posta con chiarezza già dal titolo. Poi, però, nello scambio di lettere la questione assume un contorno più preciso: "Già, un bel problema cercare d'insegnare qualcosa a chi non sa che farsene. Le storie come quelle di Davide sembrano confermare che non esiste una scuola adatta a chi di scuola non ne vuole.
(…) Certo non tutti possono imparare tutto, né allo stesso livello, ma questa verità è troppo banale: quello che ci dovrebbe interessare di più sono i tanti ragazzi che possono imparare ma che non vogliono farlo, a scuola." (pp. 89-90) In questa riflessione, l'aspetto anche più interessante è dato dalla capacità di pensare se stessi come parte del sistema osservato. L'insegnante non è più un operatore-osservatore esterno, secondo una logica unidirezionale input-output; ciò che viene osservato è il sistema insegnante-alunno. Ad esempio, nelle lettere tra i due insegnanti il caso di un alunno "difficile" ("quest'anno la prima classe è toccata a me e quindi ho acquistato 'il caso Ciampi' ") diventa "io e il mio alunno Francesco" (p. 201). E diventano oggetti di riflessione anche gli stati d’animo, il "dovere" di avere una propria personale felicità – "Essere infelici, totalmente, cupamente infelici è un lusso che un insegnante non può permettersi" (p. 152). Oppure i meccanismi ricorsivi, familiari ad ogni insegnante, del tipo – Tu gridi e io grido di più. Oppure mi vendico: non avete studiato il capitolo? E allora domani ne assegno tre! E il tentativo di romperli, anche. Certo, non dobbiamo mai dimenticare l’asimmetria nella relazione tra insegnante e alunno. Ma pur sempre nella convinzione che insegnando si impara. 

la responsabilità dell'insegnante (e l'errore di Pomponio)
Il tema della responsabilità, e la sua connessione con quello che potremmo definire una sorta di 'relativismo', è un altro aspetto importante di questo libro. È un tema che emerge in molte delle storie di scuola narrate dai due insegnanti, in un affascinante equilibrio tra l'apparente "banalità" della narrazione e la teoria 'alta' che da quella narrazione prende spunto. Come accade ad esempio con l' 'errore di Pomponio': l'osservazione bizzarra di un alunno che non studiava mai – "sembrava venisse a scuola solo per riposarsi" – che offre lo spunto per una riflessione su alfabetizzazione e oralità: "Diversamente da quanto avviene nelle società alfabetizzate, le società non alfabetizzate sviluppano una 'grammatica' che tiene conto sempre della realtà a cui il linguaggio si riferisce, vale a dire che accettano o rifiutano una frase non analizzando la sintassi, l'ortografia, ecc. ma sulla base di proprietà essenzialmente pragmatiche. Un esempio: 'Mario rubò i soldi a Luigi' è 'sbagliata' perché 'Mario non lo doveva fare'. Questa grammatica, che noi chiameremmo 'di Pomponio', viene chiamata dai linguisti 'estensionale' ".
(p. 43; con riferimento a D. R. Olson, N. Torrance, Alfabetizzazione e oralità, Milano, Raffaello Cortina, 1995. Nel libro il racconto dell'errore di Pomponio è lungo e appassionante: bisogna proprio leggerlo tutto…) 
Dunque la responsabilità dell'insegnante consiste nel rinunciare a una visione semplice e comoda, a dire e pensare che le cose stanno in un modo solo! Perché invece sappiamo per certo che le cose non stanno mai in un modo solo, che due, tre descrizioni sono meglio di una, che bisogna ampliare le possibilità di scelta. Questa responsabilità si afferma anche nella discussione sui voti (uno dei tanti punti – sia detto per inciso – in cui i due corrispondenti non sono d'accordo fra loro…). "Quanto alla segretezza del voto, io ho sempre detto e dirò sempre il voto che assegno. Lo spiego, ovviamente, ma succede anche che i ragazzi non lo trovino giusto comunque. In questi casi non ho mai pensato di appellarmi all'oggettività della prova o sciocchezze simili: richiamo i ragazzi alle diverse responsabilità, loro e mie, e chiarisco che io le mie me le assumo fino in fondo. (…)
Spero che i miei alunni imparino a valutarsi attraverso i modi della mia valutazione, quindi faccio molta attenzione ad assumere decisioni coerenti, il più possibile prevedibili. Vorrei, in altre parole, offrire come tu dici 'qualcosa che non cambia', una 'forma' su cui proiettare i processi per riuscire a leggere il nuovo che portano con sé." (p. 120) 

i dubbi e le storie
Sul libro si possono fare molte altre osservazioni, e porre dubbi e domande sui tantissimi temi discussi, con passione e competenza, nelle lettere: la cura per il lavoro didattico e le sue diverse manifestazioni; i racconti delle giornate finali dell'anno scolastico e degli scrutini (con la bella storia di Ledjon, l’unico ragazzo rom che finita la scuola media ha chiesto di continuare a studiare, e dell' 'ingiustizia giusta' decisa dagli insegnanti – ancora un’assunzione di responsabilità); il richiamo ricorrente al dovere di dar senso al lavoro a scuola – "So di dovermi far carico della motivazione del loro impegno, perché nulla e nessuno fuori dall'aula lo giustifica più veramente" (p. 49); le lettere su politica, ecologia, autorità, e le riflessioni su rigore e immaginazione; l'importanza e la difficoltà dello studio individuale – "un ragazzo che in casa ha sì, magari, 'una stanza tutta per sé' ma ha anche 'una televisione tutta per sé', e quindi una sconfinata libertà di sconfiggere la 'noia' dello studio…" (p. 129). E invece molti dubbi restano irrisolti, tante domande sono prive di risposta; e di tante storie non sappiamo la conclusione. Come alla fine di un anno scolastico, forse. "Mi dispiace, avrei preferito chiuderti almeno qualcuna delle storie che, pezzetto dopo pezzetto, ti ho raccontato. Evidentemente non è possibile.
La fine di un anno scolastico non è la fine delle sue storie.
Tutto sommato è più giusto così.
In fondo nessuna storia finisce mai, forse si possono solo lasciare andare per avere il tempo di raccontarne altre." (p. 242)  

Note 
Giuseppe Bagni, Rosalba Conserva, Insegnare a chi non vuole imparare. Lettere dalla scuola, sulla scuola e su Bateson, Torino, Ega editore, 2005, pp. 267, € 14.

Tutte le citazioni sono tratte dal libro; la frase di p. 7 dalla prefazione di Marcello Cini. Il testo di commento riprende invece, talvolta testualmente, una piccola parte dell'intervento di Guido Armellini – al termine della serata gli abbiamo rubato un foglio dei suoi appunti, e lui ha finto di non accorgersene.

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