Storie di scuole, in Italia e nel mondo.
Proviamo prima a leggerle, senza commenti…
“IN BOSNIA ERZEGOVINA…
… oltre il 23,5 per cento delle ragazze che hanno più di 15 anni non ha finito la scuola elementare. Lo rileva un'indagine curata dal Comitato Helsinki bosniaco e pubblicata in occasione dell'inizio dell'anno scolastico.
Nell'indagine si rileva che maschi e femmine hanno formalmente pari diritti all'educazione, ma nei fatti le donne sono svantaggiate a causa di motivi economici e della discriminazione sessuale. (…) Sono soprattutto i genitori delle aree rurali a non mandare a scuola le figlie, perché non ritengono conveniente finanziare i loro studi.
Le più esposte al rischio di non potere usufruire del diritto all'istruzione sono le bambine e le ragazze rom, quelle che fanno parte di famiglie di profughi e quelle che vivono in piccoli villaggi. Il risultato è che tra le donne il tasso di analfabetismo è del 9 per cento, mentre tra gli uomini è dell'1 per cento. ”
(Internazionale, 607, 9 settembre 2005;
http://www.internazionale.it/cartoline/cartolina.php?id=10507&issue_id=192&oid=235)
“LA SCUOLA PUBBLICA STATUNITENSE…
… è ancora il regno della segregazione razziale. Negli istituti di periferia in città come New York, Chicago o Washington la percentuale di alunni bianchi è minima: la maggior parte sono afroamericani, ispanici o asiatici. ‘Le scuole di oggi non sono meno segreganti di trent'anni fa’, denuncia Jonathan Kozol sulle pagine di Harper's Magazine [settembre 2005]. ‘E la situazione sta peggiorando’. Le famiglie bianche e ricche fanno a gara per mandare i figli nelle scuole più esclusive, a cominciare dall'asilo, dove la retta può sfiorare i 24mila dollari all'anno. Gli istituti statali invece non ricevono finanziamenti adeguati: gli edifici sono fatiscenti, gli insegnanti pochi e malpagati, il materiale didattico ridotto all'essenziale. Nel tentativo di riqualificare l'offerta educativa alcune scuole pubbliche hanno adottato regole severe e programmi estremamente rigidi: ‘Ogni bisbiglio in aula viene punito con un giorno intero di silenzio e le classi sono gestite dagli insegnanti che seguono un modello d'efficienza industriale ispirato al taylorismo’".
(Internazionale, 610, 30 settembre 2005, p. 59)
“PER MOLTI GIOVANI ITALIANI IL RIENTRO A SCUOLA…
… è l'occasione per allargare i loro orizzonti. Purtroppo il programma extracurricolare comprende anche lezioni su come fumare le sigarette. (…)
sono sempre di più i minorenni che cominciano a fumare, talvolta a dieci anni –, cioè mentre frequentano la scuola elementare. (…) Che la scuola sia una palestra per il fumo non è un segreto. In Ungheria sono le stesse industrie del tabacco a sponsorizzare cliniche e campagne antifumo nelle scuole. È una contraddizione solo apparente: le aziende sanno bene che i giovanissimi fumano per dispetto, e sanno anche che i ragazzi si ricordano il nome dello sponsor.”
(Internazionale, 610, 30 settembre 2005;
http://www.internazionale.it/home/primopiano.php?id=10552)
… anche perché non è facile commentare: rischi di banalità e pessimismo di maniera sono sempre in agguato.
Eppure questa silenziosa difficoltà è il segno del nostro lavoro quotidiano.
Crediamo di saperlo tutti, che la scuola non può sconfiggere mali e forze più grandi di noi. Ma non vogliamo accettare l’idea che la scuola possa invece “favorire” tutto questo – la segregazione, il fumo, la discriminazione…
“NELL’ILE DE FRANCE…
… la scorsa settimana per la prima volta sono stata in totale imbarazzo davanti ai miei alunni: quelli che abitano nel quartiere ‘difficile’ erano stanchi, gli elicotteri e la puzza di bruciato gli hanno impedito di dormire. Io, con il mio esercizio sull’uso dei pronomi personali da correggere, mi sono sentita completamente fuori luogo e ho lasciato perdere. Abbiamo parlato un po’, ma non avevamo nemmeno voglia di parlarne, hanno preferito la grammatica”
(da una lettera di Francesca Pollastrini, insegnante nella periferia di Parigi, in “D. la Repubblica delle Donne”, 17 dicembre 2005, p. 59)
Certo, è bene non farsi prendere dalla tentazione di generalizzare.
Porci in ascolto, piuttosto: volgere le antenne nei luoghi più remoti e nella penombra delle nostre scuole vicine; e cogliere in questo modo almeno un’eco lontana delle tante voci del verbo apprendere.
“IN MALAWI…
… la maestra distribuisce dei libri in inglese. Sette bambini hanno un solo libro. La maestra legge. I bambini ripetono. La maestra legge. I bambini ripetono. Finché alcuni lo sanno a memoria, quel testo. Ma non ha niente a che vedere con l’imparare a leggere. Come fanno quelli che vedono il libro di lato o sottosopra? In ciascun gruppetto c’è solo un bambino che ha il libro dritto davanti a sé, che segue le parole con il dito e non si perde. Quelli sono i bambini che forse impareranno sul serio a leggere. Chi ci riesce merita una medaglia. Ci vogliono furbizia e tenacia per farcela.”
(Internazionale, 624, 13 gennaio 2006, p. 38)
(grazie al benemerito “Internazionale”)
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