Voci del verbo insegnare

Il velo e l’uniforme (con un po’ di cuore)

Voci

(novembre 2005)

Uno scrittore nigeriano che riflette sull’età scolare, le periferie francesi viste da un leader turco, una corte europea che sostiene le ragioni laiche dello stato turco…
Per rimescolare le carte, un invito delle Voci a temperare le proprie certezze con qualche dubbio.
 


“Non molto tempo fa la Francia fu scossa da una controversia sulla possibilità di proibire i simboli religiosi nella scuola secondaria. Io venni invitato a partecipare al dibattito, e accettai immediatamente. Era l’occasione per mettere pubblicamente in discussione una mia convinzione di lunga data, che vi debba cioè essere, nella formazione di un giovane, un periodo in cui la percezione delle differenze fra gli esseri umani sia assolutamente ridotta al minimo, anche se, ovviamente, non può essere eliminata del tutto. Mi sembra altrettanto ovvio che questo periodo è quello dell’età scolare, in cui l’ambito dell’istruzione è immune da condizionamenti di censo, gusto, classe sociale e così via. L’uniforme scolastica, che abolisce le differenze, è il simbolo concreto di questa uniformità.”
(Wole Soyinka, Clima di paura, Torino, Codice edizioni, 2005 [2004], trad. di Andrea Bajani e Mariapaola Pierini, p. 75)


Soyinka, premio Nobel per la letteratura nel 1986, è stato incarcerato ed esiliato dalla dittatura militare di Sani Abacha.
Anche l’attuale primo ministro turco è stato in carcere, per quattro mesi, accusato di istigare all’odio religioso.
 
(Agi/Afp) - Ankara, 7 novembre 2005 - Il primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan attribuisce, almeno in parte, al divieto del velo islamico nelle scuole francesi il malcontento che è poi degenerato nei tumulti vandalici che stanno sconvolgendo le periferie delle città di Francia.
In un'intervista concessa al quotidiano Milliyet, Erdogan ha sottolineato che una delle spiegazioni sta nel "fenomeno cominciato nelle scuole di Francia", perché quel divieto aveva instillato un sentimento di esclusione degli immigrati, ed aveva "attizzato" la violenza. (…)
(http://www.agi.it/europa/?id=europa.altrePP&doc=200511071948-2737-R01-EST-0-EU02)


Ci si chiede allora “da che parte sta”, Erdogan, nella sorprendente controversia riportata di recente dai quotidiani.

(Ansa) - Bruxelles, 10 novembre 2005 - Il divieto di indossare il velo islamico, in vigore nelle università turche, non rappresenta una violazione della Convenzione europea dei diritti dell'uomo, essendo ''necessario alla protezione del sistema democratico in Turchia''. Lo ha stabilito oggi la Corte europea dei diritti dell'uomo di Strasburgo, rigettando così il ricorso di una studentessa turca, Leyla Sahin, che era stata espulsa dalla sua università poiché indossava il velo. La Corte, che aveva già dato torto alla studentessa nel 2004, ha concluso che la Turchia, con questo divieto, non viola l'art. 9 della Convenzione dei diritti dell'uomo relativo alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione, invocato invece dalla studentessa. La norma, secondo la Corte di Strasburgo, ''persegue degli obiettivi legittimi come la protezione dei diritti, delle libertà del prossimo e dell'ordine. È fondata inoltre sui principi della laicità e dell'uguaglianza”. Sahin, che oggi ha 32 anni, ha concluso gli studi di medicina in Austria, dove attualmente esercita la professione.
(http://www.ansa.it/europa/altredalleuropa/20051110163133713711.html)


Sì, è proprio difficile schierarsi, le parti si muovono e si rimescolano come gli oggetti in una nave in tempesta. Meglio rifugiarsi nel ricordo rassicurante di una scuola ben conosciuta, senza veli né uniformi – e prima che arrivasse il grembiule, con il fiocco colorato e il colletto bianco.

“Un altro mi piace pure, che ha nome Coretti, e porta una maglia color cioccolata e un berretto di pelo di gatto (…) C’è uno molto ben vestito, che sempre si leva i peluzzi dai panni, e si chiama Votini. Nel banco davanti al mio c’è un ragazzo che chiamano il “muratorino”, perché suo padre è muratore; (…) porta un piccolo cappello a cencio che tiene appallottolato in tasca come un fazzoletto. (…) C’è poi un signorino, Carlo Nobis (…) (e) il figliuolo d’un fabbro ferraio, insaccato in una giacchetta che gli arriva al ginocchio (…) Ci sono anche due fratelli, vestiti eguali, che si somigliano a pennello, e portano tutti e due un cappello alla calabrese, con una penna di fagiano”
(Edmondo De Amicis, Cuore, Milano, Garzanti, 1959, pp. 8-9)

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