Giuseppe Anceschi, I libri, un destino. Ricordi, appunti, immagini, Novara, Interlinea, 2007, pp. 299, € 15.
Questa è una recensione anomala, che fonda il suo statuto su un’attrazione: un libro piccolino per formato e compatto, una copertina dimessa, beige e rugosa, come i vecchissimi bur, la foto di un bimbo e di uno scaffale di libri per l’infanzia, il cognome dell’autore, Anceschi, che richiama il nostro professore di estetica Luciano ma non è. Lo statuto del libro rivela subito il suo essere autobiografia, l’autore si rivolge ai nipoti e inizia sgranando un rosario di scrittori - protettori, per poi mettersi a raccontare delle olimpiadi di Berlino del 1936… E così il libretto dal formato minimo si rivela pagina dopo pagina densissimo, perché tessuto tra vita e libri, che vengono raccontati, descritti, interpretati, messi accanto a fatti della propria vita. E poiché le pagine canoniche non bastano, libro nel libro sono le note a fine capitolo, fitte e piene di altre indicazioni.
Insomma, non farò finta di aver completato la lettura del libro per recensirlo, perché per il momento ho fatto solo una danza di avvicinamento: le pagine mi attraggono, e sono piene di cose e imbevute del mio stesso modo di vedere il mondo attraverso la lettura.
Così mi appresto a entrare in contatto con questo “uomo di scuola” (così recita la quarta di copertina), accettando di infilarmi, novella Alice, nel suo pozzo. L’entrata è invitante, gli oggetti che rilucono sulle pareti sono quelli che noi tutti amiamo. È lui stesso, a un certo punto, a far l’elogio dello sfogliare e toccare i libri ben prima che si impari a leggere, per farsene amici. L’impressione è che da questo racconto di vita e libri emerga un disegno che zigzaga tra età adulta e infanzia, un senso profondo e tragico che è anche giocoso. Un destino, che è appunto scelta.
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