La prima volta in aula di un tirocinante della Ssis (la scuola di specializzazione per l'insegnamento): il racconto della lezione, la sua situazione emotiva, le reazioni degli studenti, in un continuo rimando da un punto all'altro, al ritmo serrato dei tanti dubbi e degli ostinati entusiasmi…(e una volta o l'altra bisognerà pensare a pubblicarli, questi suggestivi diari di tirocinio: per l'interesse della prosa, e per far conoscere un volto inedito e importante delle nostre scuole.)
Mercoledì, 21 marzo
“Aspettando quelli che…”
La mia tutor è in Francia, ma per recuperare tempo comincerò domani con la visione di “Nuovomondo” di Crialese. Mi presento in classe solo per un saluto e per ricordare l’appuntamento; la prof. di sostegno sta sostituendo l’espatriata. I ragazzi mi accolgono bene: hanno capito che da qui alla fine dell’ora è ricreazione; anche la prof. si rilassa. È una neossis e, quindi, parliamo di graduatorie. Io però sono totalmente preso dall’attività di domani. La classe non è delle più malleabili e ho paura che il film risulti troppo difficile. Appena riesco a smarcarmi mi butto alla lavagna e abbozzo una introduzione di cinque minuti. Chiedo il cronometro al personal trainer e vado improvvisando un discorso che avrei voluto lasciare a domani, ma che è d’obbligo fare ora. Che sia il più semplice possibile, però!
Alla lavagna scrivo COSA?, risposta “la storia dell’emigrazione italiana” due parole sui tempi lunghi del fenomeno e poi chiedo al pubblico se c’è qualcuno che ha i genitori nati fuori da Bologna… Addirittura abbiamo una mamma siciliana (Evvai!) alla quale posso agganciare la trama del film. Aggiungo che anche mia madre è emigrante (Friuli-Marche) e anche mio nonno (Francia); in questi passaggi perdo qualcuno, la prof. lo richiama subito. Pericolo. Ho sbagliato: ho chiesto l’attenzione perché ho sentito che si distraevano e ho subito innescato il meccanismo della colpevolizzazione della prof. che infatti aggiunge: “Fareste perdere la pazienza anche ai santi!”, loro sono mortificati… io faccio finta di niente…
Mi giro alla lavagna e scrivo PERCHÉ? “ah sì, perché erano poveri, vero?!” “No, non in quel senso. Intendevo, perché NOI facciamo questo approfondimento sulla storia dell’emigrazione?” Insomma, accenno alle conseguenze attuali dell’emigrazione e al fenomeno migratorio odierno, specificando, fin da subito, che la migrazione italiana e l’immigrazione di oggi sono due cose completamente diverse! (Inga, la ragazzina lèttone, si tranquillizza; la prof. sgrana gli occhi…). Miracolosamente suona la campanella. La mia prima quasi-lezione (che emozione!).
Giovedì, 22 marzo
“La migliore classe!”
Ci ho pensato tutto ieri a come fare per agganciare la loro fiducia e smarcarmi dai meccanismi dell’impotenza docente... (è evidente infatti che con alcuni ragazzi si è instaurato un circuito negativo tra rimproveri e demotivazione). Alla fine ho deciso così: entriamo in aula video, richiedo l’aiuto del tecnico (sempre tra il pubblico) e quando è tutto pronto esordisco: “Allora ragazzi, prima di cominciare ci tenevo a dirvi che voi siete in assoluto la migliore classe che io abbia mai avuto!”. Brusio di compiacimento… poi, timidamente: “Scusa ma quante classi hai avuto?” – “Una: voi! Ma ci tenevo a dirvelo”. Risate…
Sembra aver funzionato, li vedo che si stanno sforzando di concentrarsi sull’inizio enigmatico del film, dentro di me spero che le profezie si autoavverino anche in positivo…
Nonostante il dialetto e il montaggio alternato, sono rimasti concentrati per tutta la prima parte del film. Io mi sforzavo di sottolineare i passaggi chiave della trama, ma nello stesso tempo mi accorgevo di quanto fossero sottili. Effettivamente è un film difficile…
C’è stato un po’ di smarrimento nella parte centrale, dedicata al viaggio. Qui la trama è affidata quasi esclusivamente a giochi di sguardi che lo schermo del televisore annulla, mentre è la descrizione delle condizioni del viaggio che è posta in primo piano. Insomma, rischiavano di addormentarsi. Io continuavo l’opera di commento aggiungendo note sulla realizzazione del film e precisando, quasi ad ogni scena, il significato letterale e metaforico. Così mi è sembrato di essere riuscito a mantenere l’attenzione di una metà dei ragazzi (a meno che non fosse la metà addormentata!).
L’interesse è ritornato nella parte finale. Il dramma della selezione, della visita medica, dei test d’intelligenza, così simili alle immagini dei film sui deportati, li ha davvero colpiti. Sono stati loro a farmi alcune domande. Soprattutto erano sorpresi, non si aspettavano questo finale, anzi qualcuno mi ha chiesto quando si sarebbero visti i grattacieli. Insomma, un piccolo shock che ha salvato la lezione, altrimenti noiosa, come tutto ciò che dal proprio contesto di vita reale si trasforma in materiale didattico…
Lunedì, 26 marzo
“Gli zingari… as usual”
Ritorniamo a parlare del film visto la settimana scorsa (nelle mie intenzioni si doveva trattare di una discussione della durata di una mezz’oretta, invece c’è voluta un’ora e mezza!). Prima mettiamo a fuoco la trama con i protagonisti e le loro vicende, poi passiamo ai dettagli che farebbero parte dello sfondo storico. Preciso che il regista per rendere un’immagine verosimile del fenomeno migratorio si è fatto aiutare da alcuni storici e che quindi, anche per questo, noi possiamo usare il film in senso storico. Non mi spingo oltre sulle questioni della fiction e del racconto storico, non mi sembra il caso. Magari potrei affrontarlo più avanti attraverso Revelli.
Scrivo alla lavagna la parola chiave della prima mappa concettuale “Mondo contadino”. Escono molti particolari (siamo partiti bene!), tra questi si affacciano subito le prime discussioni: tra le più interessanti il problema dell’ “ignoranza”. Che cos’è questa ignoranza dei contadini? Una mancanza di cultura? E allora la cultura contadina, che abbiamo detto ricca di tradizioni, usi, ecc.? Forse si potrebbe chiamare “analfabetismo” (suggerisco io)… Sì, ma non è ancora abbastanza: per tradurre la parola “ignoranza” ci vuole anche… “ingenuità”. Perfetto! Allora, il mondo contadino ha una sua cultura diversa da quella “moderna” che quindi gli è estranea. La maggior parte infatti non sa nemmeno leggere e scrivere, ciò determina anche una certa ingenuità che esprime la fiducia di queste persone verso la cultura (del potere, direi io) e che però non va confusa con “l’incultura” tout court.
Quando si parla del “Viaggio” i ragazzi sembrano cogliere meglio il senso di certi particolari (paradossalmente è un mondo più familiare). Sono loro a tirare fuori la divisione sociale e quella sessuale, e sorprendentemente sono sempre loro a mettere sul piatto il problema della “costrizione”, che poi analizziamo traducendola in “burocrazia” e “coercizione”, cioè in una violenza attuata in modo civile, ma in un certo senso ricattatorio. Infine concludo aggiungendo la parola “Masse” e confessando che questa è la vera parola chiave! (questo cambiamento però risulta eccessivamente destabilizzante per la classe, perciò lo lasciamo sottinteso). L’emigrazione, come tutti i grandi fenomeni del ‘900 (guerre, democrazie, industrie, rivoluzioni, ecc...), è un fenomeno di massa. Nel nostro caso, poi, questa caratteristica si vede ancora meglio, perché dal mondo contadino che è fatto di famiglie, villaggi, paesotti, cittadine, si passa alle grandi masse (dove anche le famiglie vengono spezzate). Mi sembra di essere arrivato bene a questo concetto, che poi era il nucleo essenziale di questa parte della lezione (ho visto anche qualche occhio illuminarsi per un attimo!!).
Inaspettatamente trovo qualche problema con “Il sogno americano”: le carote giganti, i fiumi di latte, sembrano forse una risposta troppo scontata e molti cercano di ricamarci su, proponendo però un modello di sogno americano un po’ troppo alla “American Dream”, fatto cioè di grandi scalate sociali (tema in realtà quasi assente dal film). Io avrei voluto far emergere invece la specificità dell’immaginario del mondo contadino (rappresentato ottimamente dalle scelte più azzardate del regista) e così, anche per via del tempo, finisco per imporlo (non so poi con quale risultato…). Distinguo un immaginario legato alla terra e uno al cielo che si conclude con la citazione di quella scena in cui la vecchia, con un refuso, definisce l’America “l’altro mondo” (il paradiso), rivelando così la carica simbolica e religiosa di quella esperienza. È l’interpretazione poetica del regista, ma possiamo tenerla come riferimento ideale.
Mi rendo conto adesso che probabilmente la difficoltà maggiore di questa attività è stata proprio nel misurarsi con la diversità culturale del mondo contadino, dovrò tenerne conto venerdì quando li getterò nella lettura dei testi di Nuto.
10 minuti di pausa. Mi rendo conto che è praticamente impossibile finire tutte le attività che avevo preparato. Non solo. Penso che dovrò riadattare tutto il progetto perché sarà impossibile finire il percorso che avevo pensato. Saltano, purtroppo, quelle due ore in più che mi ero preso dopo Pasqua, causa gita scolastica. Inoltre per fare bene la lezione ci vuole tempo, molto tempo. Molto di più di quanto pensassi. E pensare che mi sembrava di avere già ridotto molto in fase di progettazione! Decido comunque che è meglio prendersela con calma: rimane un’altra ora e mezza, ormai il laboratorio di Revelli passa alla prossima volta. Ed è meglio così.
Distribuisco il “dossier” sull’emigrazione italiana che ho ricavato dal sito di Gian Antonio Stella. Inizialmente pensavo di non dargli troppo spazio, ma in quel momento mi sono reso conto che era indispensabile dare alcune informazioni generali e lanciare alcuni spunti di riflessione, per poi arrivare ad uno schema e ad una periodizzazione più precisi. Per esempio, non è scontato sottolineare che, nonostante il film parli solo dell’emigrazione dalla Sicilia, nello stesso periodo, e per i successivi 100 anni circa, in tanti partirono allo stesso modo da tutta Italia. Nozioni banali ma che a quella età sono necessarie per evitare equivoci.
Ora mi lascio guidare dalle immagini che ho scelto. Certo sono ben poco, ma spero che diventino immagini-simbolo. Sono delle immagini che ho scelto perché risultano “divergenti”, cioè contraddittorie rispetto al senso comune. Per esempio, per simboleggiare la povertà di condizioni ho scelto una foto del 1930 che ritrae una coppia di contadini veneti di fronte alla propria “casa”: una capanna fatta di rami e corteccia che sembra proprio una capanna africana.
Siccome è importante collegare l’emigrazione alla seconda rivoluzione industriale, ho scelto l’immagine di una famiglia friulana che lavorò alla costruzione della transiberiana. Una storia folle e assolutamente non rappresentativa, ma proprio per questo, mi è sembrata ideale per raffigurarsi l’impatto che le trasformazioni portate dalla rivoluzione industriale hanno avuto in tutto il mondo. Alla lavagna scrivo “Cause economiche 2° Rivoluzione industriale” qualcuno si stupisce, non capisce come sia possibile che l’economia diventi causa di qualcosa…
Faccio una grossa fatica a spiegare cosa rappresenti la sezione di transatlantico. Innanzitutto non è chiaro quando dico che è lo stesso tipo di nave che abbiamo visto nel film, poi non è chiaro che si tratta di una riproduzione dell’epoca e, forse, non è neppure chiaro che èuna pubblicità. È chiaro che i ragazzi hanno in testa l’immagine televisiva dei nostri “sbarchi di clandestini” e quindi non si figurano le grandi compagnie navali che trasportavano i nostri Italiani in tutto il mondo. L’aggancio riesce solo quando citiamo la storia del Titanic! Per la serie: W il cinema di serie B(!!). (Ci inchiniamo di fronte alla potenza dell’ immaginario collettivo!)
Altro grande tema è quello, immancabile, della xenofobia e del razzismo. Cominciamo con una vignetta del 1903 che ritrae gli italiani come topi. Le esperienze personali fioccano: c’è chi racconta di essere stato insultato in Belgio (l’hanno chiamato Macaroni), chi ricorda “la pizza e il mandolino”, c’è però un po’ di imbarazzo quando pronunciamo la parola “Terroni”. Io cerco di riportare l’etimologia verso il mondo contadino e mi lancio nel tema “migrazioni e razzismo”. Inevitabilmente, bastano poche parole e il discorso scivola sul razzismo nostrano e di lì, in un attimo, spuntano “gli zingari”.
Scopro così che due ragazzi abitano di fianco al campo nomadi del Quartiere Navile. Io non so molto su quella realtà, per cui non mi sbilancio. Però è evidente che per i Rom o Sinti la mia schematizzazione del rapporto migrazioni e razzismo, ovvero: “arrivo in massa” → “xenofobia” → “razzismo” → “integrazione”, sembra non funzionare (mi riprometto di approfondire). Lasciamo quindi aperta la questione, anche se vorrei problematizzare di più. È impossibile, di fronte ad un racconto di esperienza vissuta, ribattere con argomentazioni di tipo astratto senza risultare autoritario. (Adesso, mentre sto scrivendo, sono andato a cercare alcune notizie sul Campo in questione, ma purtroppo temo che non avrò il tempo di riaprire la questione…).
Davvero scioccante (ed era questo l’effetto voluto) è stata la spiegazione della legge americana del 1924 che stabiliva le quote di ingresso su base razziale; in particolare, la nota della relazione di commissione che stabiliva essere italiani del Sud (e quindi negroidi) tutti i residenti sotto il 45° parallelo! La professoressa mi suggerisce l’aggancio con le leggi fasciste del ’36 e quindi sul nazismo. Sicuramente mi fa gioco, perché vedo l’interesse risorgere, ma non vorrei forzare la mano dando una visione eccessivamente “antiamericana” (come direbbero in TV). Il tutto si dovrebbe svelare con la periodizzazione finale, che dovrebbe mettere il segno sulle vicende tra le due guerre assegnandole all’isolazionismo e all’autarchia.
L’ultimo passo e posso arrivare a fare questa benedetta periodizzazione. Mi ero proposto di arrivarci attraverso la lettura della tabella che riporta il numero di espatri dai paesi europei ogni dieci anni. In questo modo, avevo previsto che si sarebbe dimostrato il calo di espatri tra le due guerre e da lì… Non avevo però fatto i conti con un'altra questione enorme che si apriva da quella tabella, ovvero: perché dai diversi stati europei si emigra in tempi diversi? E soprattutto, perché così tanti dall’Inghilterra (che poi sarebbero irlandesi), che è il paese europeo più industrializzato? La questione investe direttamente il nostro percorso ed è di quelle da 1 milione di dollari! Provo a rispondere a braccio, cercando di essere il più sintetico possibile, perché il tempo fugge. Parlo di sviluppo industriale, tasse e crisi del mondo contadino, ma non sono così chiaro. Ci riproviamo insieme io e la prof.; lei inserisce anche la questione delle rimesse dall’estero – giustissimo - ma intanto il tempo avanza. Sento che è fondamentale far cogliere l’importanza di questo processo e, mentre parlo, mi rendo conto che sto descrivendo un quadro che potrebbe andare bene anche per le migrazioni attuali all’interno dei paesi in via di sviluppo. (In questo momento ho ripreso il discorso in una mappa concettuale che consegnerò venerdì, ma che non avrò il tempo di approfondire troppo, altrimenti salta Revelli!)
Mentre sto parlando la campanella suona, loro giustamente si alzano di scatto, io rimango interdetto e svuotato, comunque soddisfatto.
Venerdì, 30 marzo
“Lavorare in gruppo”
Ormai ho capito che il tempo non mi basta mai e quindi oggi sono entrato in classe determinato a tenermi stretto. In due ore dovevo: consegnare la periodizzazione e la mappa concettuale sulla crisi del mondo contadino, poi fare i gruppi, consegnare le testimonianze e le schede, ascoltare la restituzione delle diverse letture, infine consegnare la terza scheda per il lavoro a casa. È inutile aggiungere che nemmeno questa volta sono riuscito a fare tutto! Però sono soddisfatto lo stesso perché sono arrivato in fondo e mi sembra anche che abbiano lavorato bene. Purtroppo non posso essere certo di quale sia il livello di profondità che hanno raggiunto nell’analisi delle storie perché non ho avuto il tempo di ascoltare le loro restituzioni. Speriamo lo stesso che lavorino bene a casa…
Ho scoperto, però, che lavorare in gruppo mi piace. Già solo il fatto che tutti si alzino in piedi eccitati alla ricerca del proprio compagno, del proprio gruppo, rende l’attività in classe più viva. Poi, lavorando in gruppo scopri subito chi ha una genuina motivazione personale che magari non avevi notato. Certo non devo farmi condizionare troppo dal fatto che alcuni ragazzi, che erano stati molto attenti quando parlavo, poi si sono rivelati un po’ svogliati quando ho dato loro qualcosa da leggere…
La relazione personale è davvero tutto. Durante la formazione dei gruppi c’era un po’ di confusione e rimescolamento. Avevo chiesto che si formassero gruppi di 5 persone, tenendo presente che poi si sarebbero dovuti incontrare anche a casa per lavorare insieme. Mi sembrava un criterio estraneo da giudizi sulla persona ed efficace. Speravo di evitare di lasciare fuori “i soliti noti” e scompaginare un po’ (ma senza terremoti) gli esclusivismi reciproci; soprattutto, però, mi ero ripromesso di evitare l’imbarazzo a quei ragazzi che di solito vengono spostati per “riequilibrare” i gruppi, sia i più bravi che i più somari! Io e la prof. di sostegno (che all’occasione sosteneva me…) giravamo per la classe, quando alcuni ragazzi mi hanno chiamato e a bassa voce mi hanno chiesto di aiutare Roberta che se ne stava immobile e imbarazzata alle mie spalle, inerme contro la professoressa di sostegno che a mia insaputa stava (per l’appunto…) riequilibrando due gruppi! Quello che mi ha sorpreso è che sono stati gli stessi compagni di Roberta (che poi, nello specifico, non legano nemmeno tanto con lei) a chiedermi di intervenire per toglierla dall’impaccio: sapevano perfettamente (e meglio di noi) quanto fosse degradante per lei quella situazione. Io forse sono riuscito solo a complicare le cose, ma almeno spero di aver fatto capire che non è nel mio stile agire così. Si vedrà.
Dal punto di vista metodologico ho potuto provare l’efficacia del "cooperative learning", soprattutto per quanto riguarda la cosiddetta costruzione dei “gruppi di esperti”. Avevo dato, infatti, ad ogni appartenente al gruppo una storia diversa da leggere individualmente ed una prima scheda da compilare da soli, mentre avevo già progettato di consegnare una seconda scheda più oggettiva, da compilare insieme agli altri compagni che negli altri gruppi avevano letto la stessa storia, ovvero gli “esperti”. Ed era evidente che si trattava di un passaggio obbligato: già dalla prima scheda si cercavano tra loro chiedendo consigli sulla compilazione. Così quando ho annunciato che avrebbero dovuto ridisporsi per gruppi di esperti è stato quasi un sollievo. Il cambio è avvenuto in pochi secondi ed hanno subito cominciato a rispondere alle domande dell’altra scheda! Impensabile! Poi ovviamente, quando si sono accorti che non era né tanto facile, né tanto divertente, hanno rallentato. Però è stato in questo passaggio che hanno avuto più bisogno di me, mi hanno cercato per chiedere consigli o per propormi risposte che ho cercato di valorizzare. Sinceramente mi è piaciuto molto, ho sentito una partecipazione vera. Non in tutti ovviamente… però la soddisfazione che mi ha dato Jessica (la ragazza col sostegno) quando spiegava il senso di una domanda ad un suo compagno che con me stava facendo finta di non capire!...
P.S. Devo aver commesso un errore quando ho scritto sulla scheda d’analisi “rispondi anche con una sola parola”: mi hanno preso alla lettera!
Lunedì, 2 Aprile
“Lavorare in gruppo 2 (la vendetta)”
Non è andata proprio come mi aspettavo questa volta… e pensare che la telefonata di domenica pomeriggio di Antonio, che mi chiedeva chiarimenti sulla scheda, mi aveva fatto ben sperare! In effetti, appena entrato in classe, mi era suonato strano che alla mia richiesta se avessero trovato la consegna abbastanza difficile avessero risposto in coro che “No”, “Assolutamente”!, non gli era sembrata così difficile… (Mah?...). Avevo chiesto di formulare alcuni giudizi sulle condizioni di vita e sulla mentalità dei testimoni, rileggendo tutte e cinque le storie e giustificando poi le loro risposte con una citazione. I ragazzi invece avevano glissato completamente sul problema citazione (tutti i gruppi!), finendo così per dare solo risposte generiche.
È stata un’esperienza destabilizzante. A fine lezione la prof. mi ha consolato incolpando i ragazzi di essere eccessivamente approssimativi e soprattutto poco motivati alla scrittura, il che sarà anche vero, ma certo non spiega il fatto che nessuno, ma proprio nessuno, avesse capito che l’esercizio era basato sulle citazioni (nonostante il “Nota Bene” scritto proprio per evitare equivoci). Devo aver gestito male il tempo di venerdì. Avrei avuto bisogno di ascoltare la restituzione degli “esperti”, così da spingerli verso una maggiore precisione e farli familiarizzare con l’uso della citazione. E poi avrei dovuto avere più tempo per spiegare cosa fare a casa. Però, ripensandoci, c’è anche da dire che venerdì, appena ho chiesto se avessero finito la seconda scheda con l’intento di spiegare la terza, sono scattati tutti in piedi come se fosse suonata la campanella e ho perso la loro attenzione. Pensavo comunque di essermi spiegato lo stesso, ma forse mi stavano solo assecondando... La prossima volta che do i compiti li faccio prima mettere tutti seduti!
È stato molto difficile gestire la lezione, perché ormai se chiedevo di cercare le citazioni perdevo la loro attenzione e se non correggevo le risposte generiche rendevo inutile l’esercizio. Il mio obiettivo era di addestrarli a confrontarsi con gli elementi che si hanno realmente sotto mano e non con impressioni generiche. In fin dei conti abbiamo lavorato sul testo argomentativo, per cui sono convinto che se avessero fatto bene l’esercizio a casa, oppure se l’avessimo fatto a scuola (che forse, ad averci avuto più tempo, era la soluzione migliore) sarebbe venuto bene. In realtà avevo puntato molto su questa scheda, perché speravo, come poi in parte è avvenuto, che sarebbero uscite interpretazioni diverse, basate su citazioni diverse. E questo era il massimo che mi potevo aspettare da questo lavoro… Qualcosa del genere è saltato fuori, ma ormai non poteva avere l’effetto “maieutico” che avrebbe avuto se la restituzione fosse stata più precisa e soprattutto ordinata (potenza del rituale).
Insomma, sono tornato a casa con una infinità di dubbi e domani è l’ultima lezione! “Ti draso?” (“che fare?”): ritornare sull’esercizio non riuscito e tirare fuori qualcosa di buono almeno da quello, o concludere e dare un significato compiuto al laboratorio? Penso che chiamerò la prof. per un consiglio…
Martedì, 3 Aprile
“Essere dei veri duri!!”
Ovviamente (e per fortuna) ieri la prof. mi ha consigliato di portare a termine il progetto. Così questa mattina mi sono lamentato ancora un po’ con i ragazzi perché non era riuscita bene la lezione del giorno prima (forse ho sbagliato a non sgridarli e a sostenere che la consegna non era stata compresa…) e mi sono accontentato di ribadire il senso di quell’esercizio, ovvero, ancora una volta, l’uso delle citazioni. Ho tentato di imprimerlo attraverso l’uso terroristico della verifica finale (ed a questo punto spero che sia passato il concetto!). Poi ho cominciato la mia ultima lezione: “Revelli e il lavoro dello storico”.
Questa volta avevo a disposizione due ore e siccome, almeno per quest’ultimo giorno, volevo rimanere nei tempi, a casa avevo ridotto l’attività e avevo già previsto eventuali tagli in corsa (che, poi, non sono stati necessari) in modo da restringere il mio lavoro fino ad una lezione che calcolavo di circa un’ora (eventualmente, avevo anche pensato a come tappare i buchi che però, è chiaro, non ci sono stati). Ed ho fatto bene (!) perché la lezione è uscita di un’ora e mezza. Con 10 minuti prima per il rimprovero e 5 minuti di pausa dopo la lettura, mi sono rimasti giusti 15 minuti per spiegare la verifica e consegnare i test di gradimento! Questa volta ho spaccato il minuto!!!
Devo ammettere (anche se spero che non la prenda come una sviolinata…) che aveva ragione il prof. Ciuffi a dire che la parte più bella del progetto sarebbe stata questa in cui avremmo letto di Nuto Revelli che se ne andava scarpinando per i paesetti del cuneese con il magnetofono a tracolla. Al contrario io avevo paura che fosse una lettura, da un lato troppo difficile concettualmente, dall’altro troppo tecnica per dei ragazzi. Allo stesso tempo, però, era un racconto che mi emozionava troppo per non leggerlo.
I ragazzi hanno colto subito la forza e l’importanza di questo testo, anche perché hanno apprezzato davvero il salto che abbiamo fatto dall’analisi delle testimonianze alla riflessione su come sono state prodotte (passaggio logico che ha colpito l’immaginazione più di quanto mi aspettassi). Già solo l’aver localizzato sulla carta geografica le storie lette, aver fatto girare tra i banchi i due testi ("Il mondo dei vinti" e "L’anello forte") e aver fatto scrivere: “autore, titolo, sottotitolo, casa editrice e anno”, sulla fotocopia che ho consegnato, ha creato un clima di vera attesa, di vera curiosità! (o così almeno mi è sembrato…).
Ho aggiunto anche una piccola parentesi sul manuale di storia, mostrando la diversa impostazione di chi deve “parlare di tutto” rispetto a chi si “occupa di un problema”: visto che il testo che stavamo per leggere parlava dello stravolgimento del mondo contadino durante gli anni del Boom economico, ho voluto leggere le poche righe che il testo dedicava a questo tema, senza eccedere nelle polemiche, ma distinguendo le due impostazioni. Dopodiché ho cominciato a leggere.
Il “bello” di insegnare alle medie è che sei obbligato a rendere espliciti tutti i passaggi logici e i presupposti delle tue costruzioni mentali. Sono gli stessi ragazzi che ti chiedono di vederli scritti, esternati, oggettivati, quasi per poterli toccare. Quel testo, in particolare, è strutturato su due tipologie di scrittura che si intrecciano tra loro, da un lato la descrizione del paesaggio che sta cambiando e delle cause di questi cambiamenti, dall’altro il racconto dell’esperienza personale del narratore che vive questi cambiamenti a contatto con persone reali altrettanto coinvolte. Ovviamente per me era una divisione implicita e scontata, il mio interesse andava casomai verso i legami tra queste due parti, mentre non avevo pensato a fissare i limiti precisi tra una zona e l’altra… Esercizio che, ovviamente, i ragazzi hanno preteso non appena io ho provato a dire: “Ecco, da qui in poi cominciamo a parlare dell’esperienza personale e del lavoro di Revelli…”. Non è stato difficile accontentarli, anzi devo dire che è stato più facile anche per me continuare nell’analisi. (Stupore generale quando ho confessato di aver letto tutte e due i libri per intero!)
I temi che hanno colpito di più l’interesse dei ragazzi sono stati: la figura di Revelli come uomo e il valore della donna nel mondo contadino. Mi hanno chiesto molto della storia personale di Nuto: il suo trauma della guerra e come si sia legato al lavoro di storico. Erano molto interessati anche a capire cosa si intendesse per “Anello forte”, come era nata l’esigenza di scrivere quel libro dedicato alle donne, ecc… Vero calo di attenzione, invece, proprio nel passaggio su cui avevo puntato per dare una giustificazione “morale” alla lezione: ovvero là dove si parlava dell’esigenza di trovare un “equilibrio” tra l’agricoltura e l’industria. Equilibrio la cui ricerca, spiegavo, è anche il nostro compito di cittadini di oggi!! Che sia caduto anch’io nel moralismo? Beh, io parlavo di “compito” in senso ampio e non di divieti o obblighi, però mi è sembrato di parlare un'altra lingua. Qualcosa, comunque, non è passato, non saprei…
Pausa di cinque minuti. Poi ho consegnato la testimonianza sulla quale si baserà la verifica e ho spiegato cosa dovevano fare e quali competenze sarebbero state valutate. Questa volta li ho fatti mettere seduti e li ho terrorizzati un po’ con il voto e con lo spauracchio dell’esame finale, per cui spero che abbiano capito! E comunque questo modo di proporre le verifiche esplicitando i criteri di verifica mi sembra onesto, più dei compiti in classe o delle interrogazioni. Beh, si vedrà…
Infine, ho distribuito i test di gradimento. Loro non se l’aspettavano minimamente. Si sono emozionati e agitati. Ridacchiando hanno scribacchiato i fogli riempiendoli di commenti… Poi sono venuti a darmi pacche sulle spalle. Molti mi hanno suggerito di buttare via la cicca, per evitare le note della prof! Altri mi hanno suggerito di non fare la verifica! Molti, con mia grande sorpresa, mi hanno consigliato in futuro di essere “più DURO, perché con noi ti è andata bene, ma con un'altra classe potrebbe andarti peggio”!!! Dovrò accettare questo consiglio???
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