Mariapia Borgnini, Facciamo finta che non siamo noi? Bellinzona, Casagrande, 2007, pp. 81, € 15.
Dalla teoria psicoanalitica di Bion, seguace di Freud e di Melanie Klein, attraverso Ferruccio Marcoli, la pscicopedagogista Mariapia Borgnini usa la psicologia generativa per alleviare il disagio degli adolescenti. Lo fa, nei centri di formazione del Canton Ticino, tra terapia e insegnamento, attraverso la tecnica del “fare storie”.
Secondo la psicologia generativa abbiamo una prima gravidanza nel corpo materno, una seconda nel corpo sociale.
Pensare è forma della personalità e consiste nel saper apprendere dall’esperienza, in caso contrario subentra il rischio di malattie mentali.
La madre all’inizio accoglie i contenuti emotivi del neonato e li proietta fuori. C’è l’idea, nella psicologia generativa, della necessità di un contenitore che organizzi i contenuti mentali. Dal nodo materno si passa all’uscita dalla dipendenza attraverso le parole, che consentono di rappresentare simbolicamente cose e persone quando non ci sono. Il percorso di vita ha vari snodi, ma a volte risulta mal fatto e il lavoro con le storie serve appunto a ripercorrerlo e a riconoscere l’altro, distinto dal sé.
Gli adolescenti che si trovano nei laboratori della Borgnini sono invitati a inventare storie, su basi date, e a segnare i loro pensieri in un quaderno privato, segreto, ed in uno comune, che legge anche l’adulto. Vengono concordati pochi parametri: luogo e tempi stabiliti, la regola dei quaderni, e poi cinque personaggi fissi con cui costruire le storie: una cuoca, un muratore, un poliziotto, un gattino e una persona di successo. Le storie che ne nascono sono segni di inquietudine sulla propria identità in cambiamento, sui desideri. Storie che servono a dipanare grovigli, a scaricare all’esterno il dolore prima che questo prenda forme distruttive.
I resoconti di esperienza, soprattutto centrati sulla narrazione, sono sempre interessanti e di stimolo. Il crinale tra terapia ed insegnamento è questione viva e cosciente in molti insegnanti, pur nella sua delicatezza. E colpisce, nel libro, la partecipazione della dottoressa/adulto alle storie dei ragazzi: “Infine, sento che dentro di me c’è uno spazio di pensiero per ognuno di loro”. Verrebbe da rispondere con il verso di Danilo Dolci: “ciascuno cresce solo se sognato”.
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