Voci del verbo insegnare

Ehi, prof!

a. j.

(dicembre 2006)

Frank McCourt, Ehi, prof!, Milano, Adelphi, 2006, trad. di C. V. Letizia, pp. 309, € 18,50.


Un libro lieve la cui lettura è consigliabile agli insegnanti. La motivazione è già nella descrizione di sé stesso che l’autore ci offre nel “Prologo”: “È un miracolo se sono riuscito a fare l’insegnante e a rimanere tale, e non posso che promuovermi a pieni voti per essere sopravvissuto a tutti quegli anni nelle aule di New York. Dovrebbero dare una medaglia a chi scampa ad un’infanzia infelice e poi finisce a fare l’insegnante …” (p. 15)
Un racconto autobiografico in cui s’intrecciano momenti dell’infanzia e dell’adolescenza in Irlanda con episodi della trentennale esperienza di professore, ex scaricatore, negli Stati Uniti. Vi sarebbero gli ingredienti per suscitare moti di compassione nel lettore, se il tutto non fosse narrato con un’ironia e un sarcasmo che non risultano, però, corrosivi, perché conferiscono leggerezza e fanno sorridere ma anche riflettere sulla “cenerentola delle professioni” (p. 19): l’insegnamento, appunto.
Vita da professore in diversi istituti tecnici e professionali e licei; l’aula assomiglia sempre ad un ring in cui si fronteggiano un insegnante e i suoi studenti, che appartengono alle più diverse nazionalità; ma non è un vero e proprio combattimento, è un gioco di ruolo in cui i giocatori si studiano, provano qualche mossa e si scoprono reciprocamente.
Un insegnante che è spesso smarrito, che si sente inadeguato e che, ogni tanto ma inutilmente, formula buoni propositi per diventare migliore: “disciplinato, tradizionale, accademico, pieno di risorse e con la risposta pronta.” (p. 246)
Fortunatamente, non riesce mai ad incarnare tale modello di perfezione e, a dir la verità, neanche lo vorrebbe. Forse si avverte un’intenzione un po’ troppo compiaciuta ad apparire come un improvvisatore senza una bussola che lo guidi; in realtà è un insegnante tenace, anzi testardo: “Io non vedo la classe come un insieme compatto che sta lì ad ascoltarmi. Le facce sono tante e mostrano tutte un diverso grado di interesse o di indifferenza. È l’indifferenza che mi sprona.” (p. 183)

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