Giulio Giorello, Di nessuna chiesa, Milano, Raffaello Cortina, 2005, pp. 79, € 7,50.
Ad una prima lettura il libro di Giorello mi ha lasciato perplessa: m'infastidiva che fosse propriamente un pamphlet, molto piacevole, senza dubbio, ma che privilegiava l'attacco ad una presentazione più pacata e, in quanto tale, aperta al dialogo.
Rileggendolo, non per trovare conferme sul valore della laicità ma per cogliere spunti e sollecitazioni, si sono evidenziate una serie di problematiche sulle quali riflettere.
D'altra parte, l'esercizio critico, anche nei confronti delle proprie idee, è visto dall'autore come uno dei connotati propri di uno spirito laico.
Si può procedere, quindi, anche attraverso i frequenti richiami a pensatori come Milton, Spinosa, Mill, Kant e Popper, in un itinerario che riproponga ad ognuno di noi le motivazioni per ripensare a specifici modi di atteggiarsi e vivere.
Prima di tutto, vi sono alcune precisazioni che sgomberano il campo da una serie di fraintendimenti. La laicità non deve essere confusa con l'ateismo: "Chi è di nessuna chiesa non si ritrova neppure in una chiesa di atei" (p. 75). Così come impropria risulta l'equazione laico uguale a relativista, che sarebbe chi si lascia portare "qua e là da ogni vento di dottrina" (p.12).
Essere laici significa che "dove abbiamo buone ragioni per credere nella verità di una teoria o nella bontà di una norma, non possiamo escludere in linea di principio che si possano trovare argomenti per teorie o norme rivali. È da tale possibilità che le nostre teorie o norme trovano forza e consistenza". (pp. 14-15)
Ciò che non è ammissibile è tutelare le proprie certezze attraverso un principio assoluto, di qualsiasi genere esso sia. Questo rappresenta il vero pericolo perché preclude la possibilità di una società aperta e libera in cui si pratichino tolleranza e solidarietà.
La società aperta e libera, la solidarietà, la tolleranza non sono certamente traguardi raggiunti, ma percorsi dai confini perennemente mobili, in cui la possibilità di progredire è affidata alla disponibilità al confronto e non alla presunzione di possedere la verità.
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